S. Francesco

E

I  Templari alla Crociata

 

 

 

 

 

 

 

Le vicende del frate di Assisi in Terrasanta, i suoi incontri con i Templari e il tentativo di convertire il Sultano

 

Il caldo era così asfissiante, su quella vecchia carretta sgangherata, che Francesco non sapeva se denudarsi, per respirare un po’, o coprirsi il capo con il ruvido cappuccio e la sua tonaca, per ripararsi dal sole bruciante.

Illuminato, il frate che lo accompagnava, era riuscito a sdraiarsi sotto una panca tra merci di ogni genere, scudi, lance, viveri e le gambe di alcuni crociati, stipati all’inverosimile, su quei dieci carri in viaggio da giorni tra S. Giovanni di Acri, roccaforte cristiana sulla costa della Palestina e Damietta, dove l’esercito crociato cingeva d’assedio il sultano d’Egitto El-Kamil, da ormai due anni.

La carovana era guidata e difesa da dieci cavalieri Templari, abituati alla fatica e a quel calore tremendo, cui si accompagnavano una ventina di cammelli, carichi di viveri e masserizie.

Sembrava impossibile che i cavalieri potessero resistere al calore, con le loro cotte di ferro e i bianchi mantelli, con la grande croce palmata di colore rosso. Quei giovani monaci guerrieri, che un tempo Francesco aveva tanto ammirato – per il loro giuramento al Cristo e perché anch’essi avevano fatto voto di povertà, di castità e di obbedienza – precedevano e seguivano i dieci carri, facendo loro da scorta.

In gran parte erano francesi, provenienti da nobili famiglie, che invece di recarsi in Terrasanta per conquistare terre e ricchezze – come avevano fatto molti crociati, dopo il giuramento di riportare il Santo Sepolcro alla Cristianità – si erano scelti il compito di difendere i pellegrini, sulle pericolose strade di ‘Outremèr’, l’area che oggi noi chiamiamo ‘Medio Oriente’.

Per oltre due secoli quelle terre videro gli scontri fra crociati e musulmani, che causarono centinaia di migliaia di morti, la conquista e la perdita di Gerusalemme e della Galilea, con i luoghi sacri.

Durante le soste nel deserto Francesco, che conosceva un po’ di francese, perché in Francia era nata sua madre, aveva fraternizzato con uno dei cavalieri, Gerard de Rocamadour ed un suo compagno, Charles de Touteville.

Aveva raccontato loro di come anch’egli, infiammato dai bandi lanciati dal Papa, si fosse armato da cavaliere molti anni prima, nel 1204, per recarsi ad Ancona ed al seguito di un principe di Francia, imbarcarsi per raggiungere i crociati partiti alla conquista di Gerusalemme.

Ma giunto a Spoleto, Francesco era stato fermato da una terribile febbre e Gesù, apparsogli in sogno, gli aveva ordinato di lasciare la crociata, perché altri compiti lo attendevano ad Assisi.

Gerard era un giovanottone biondo, fortissimo, sempre pronto allo scherzo. Charles era più riservato.

Non erano loro a capo del drappello templare, ma Gerard amava portare il “baussant”, la bandiera di combattimento dell’Ordine, bianca e nera, il vessillo più temuto dai saraceni, che erano letteralmente terrorizzati alla vista dei cavalieri rossocrociati del Tempio, di cui conoscevano la straordinaria abilità guerresca, che aveva spesso provocato stragi fra le loro file.

Lo stesso Gerard si vantava di aver ucciso con la sua spada più di cento musulmani in una sola battaglia, provocando orrore in Francesco, che provava una naturale simpatia per quel monaco così diverso da lui. Benché fosse un infaticabile assassino, era sempre sereno, pronto all’aiuto, non provava alcun rimorso per ciò che faceva e salutava tutti con un motto dei Templari “Come leoni al macello, Dio Santo, fedele d’amore”.

Una notte, davanti al fuoco, nel deserto, mentre Gerard compiva il suo turno di guardia e tutti dormivano, Francesco si era avvicinato al Templare, assorto in preghiera. “Fratello”, gli aveva detto, “come non puoi sentire sulla tua coscienza il peso per tutte queste morti. È vero che combatti per una causa giusta, che sei al servizio del Cristo e del Papa, ma hai tolto la vita a centinaia di uomini, a tanti giovani come te”.

Gerard guardò quel piccolo frate emaciato, stravolto dalla fatica, smagrito, che lo voleva benedire e che era disperato per la salvezza della sua anima.

Sentì l’energia divina che emanavano i suoi occhi ed in uno slancio di commozione lo abbracciò teneramente.

“François”, gli disse in francese, con un sussurro, “ti rivelerò un segreto del nostro Ordine, solo per te. Prima di andare in battaglia, noi Templari ci inginocchiamo e preghiamo”.

A Francesco splendevano gli occhi, alla luce della luna, mentre il gigantesco Templare si inchinò davanti a lui, ginocchio destro a terra, mani appoggiate sull’elsa della spada, piantata a terra, come fosse una croce davanti a lui, su cui posava la fronte.

Lo scudo era stato posto sul capo, come uno schermo protettivo. Gerard dopo poco sembrava in estasi. Con voce profonda cominciò a pregare:

“Santo Michele, Arcangelo di Dio, tu che con la tua spada hai sconfitto ogni nemico, ora fortifica, proteggi e benedici la mia spada, rendila sacra, mettila al servizio del Signore Gesù Cristo, perché ogni nemico che dovesse incontrare, tolga la vita al suo corpo e dia la salvezza, la vita eterna alla sua anima. Amen”.

Poi guardando Francesco disse: “Quando toccherà a me, io spero che anche quel cavaliere abbia benedetto la sua spada. Fino ad oggi Dio ha voluto che io vivessi, nonostante le tante battaglie, per combattere i nemici della Cristianità. Qualcuno la chiama “chance”, fortuna. Io la chiamo la volontà di Dio. E vivo con questa fede. Fino a che Lui vorrà”.

Francesco cominciava a capire la forza d’animo, la tranquillità di Gerard. Giunse le mani e sorrise. “Anche noi siamo cavalieri”, gli disse. “Tutti i miei frati per me sono ‘cavalieri della tavola rotonda’, così amo chiamarli. Ed anche noi abbiamo la spada”.

Gerard lo guardava incredulo.

“Il cordone che pende dalla nostra cinta, quello è la nostra spada. Una spada d’amore, che vogliamo far conoscere in ogni luogo, anche qui, dove voi combattete e da anni vi uccidete con i musulmani”.

“Anche noi vogliamo la pace, ma prima ci devono lasciare tornare a Gerusalemme”, disse Gerard, guardando Francesco negli occhi. “Per questo combattiamo”.

“Deve esserci un modo per evitare le morti di tanti giovani. Un’alternativa a questo modo così cruento di conquistare i luoghi dove si celebrano la nascita e la morte di Gesù. Ne parlerò con i capi cristiani e andrò anche dal Sultano, per convincerlo”.

Francesco era quasi sorpreso di questo suo ardire e Gerard scoppiò in una fragorosa risata. “Tu da El-Kamil?”, disse, “ti taglierebbero la testa ancora prima di entrare a Damietta. Non farneticare François, vai a dormire ora”.

Francesco giunse le mani e sorrise a Gerard, che riprese con attenzione il suo servizio di guardia.

A quell’incontro notturno Francesco stava ripensando, mentre l’insopportabile calura e gli scossoni del carro lo tormentavano. frate Illuminato sembrava dormire nel suo angolino quando tutto il gruppo fu scosso da un’improvvisa animazione.

Brevi ordini avevano fatto rallentare e poi riunire i carri, uno vicino all’altro e i dieci Templari si erano posti sul fianco, quasi in posizione di combattimento, il gonfalone del “Baussant” teso in avanti. Illuminato, spaventatissimo, era già abbracciato a Francesco, mentre una ventina di saraceni erano apparsi a poche centinaia di metri di distanza, seminascosti dalle dune del deserto. Fu un attimo, poi il capo drappello pronunciò cinque nomi, compresi quelli di Gerard e di Charles.

“Non nobis, Domine, sed nomini tuo da gloriam” fu il loro grido, mentre partivano al galoppo verso i saraceni che, sorpresi, fuggirono di corsa con i loro cavalli dietro la duna.

Dopo qualche minuto un altro cavaliere lasciò la carovana e salì sulla duna, facendosi incontro ai suoi di ritorno. Lo scontro era stato breve, ma uno di loro era riverso sul cavallo, il collo trapassato da una freccia, nell’unico punto che l’elmo non poteva difendere.

Francesco capì subito che si trattava di Charles, il compagno di Gerard, riverso lungo il fianco del cavallo.

Quando lo tirarono giù e lo adagiarono su un carro, Francesco si avvicinò per benedirlo.

Charles aveva gli occhi ormai vitrei, ma riconobbe Francesco in quell’ombra di cappuccio scuro che si chinava su di lui.

“Pas de chance, non ha avuto fortuna”, mormorò lì vicino Gerard. Poi abbozzò un sorriso e disse “È Dio, che ha bisogno di lui. Il l’appelle chez soi. Lo chiama vicino a lui. Quel honneur! È un grande onore”.

Charles spirò nella notte. Francesco, con Illuminato, non aveva smesso per un attimo di pregare per la sua anima, mentre Gerard si univa spesso a loro nell’implorazione al Signore.

 

Dove Francesco ha un miraggio, anzi due

 

La carovana aveva ripreso il viaggio verso l’Egitto, dove i crociati assediavano Damietta, continuamente in bilico fra la volontà di continuare la guerra, che costava ad ogni assalto centinaia di morti, da una parte e dall’altra, e il desiderio di tregua e di un accordo che El-Kamil – pur di salvare la ricchissima città, vicina all’odierna Alessandria – sembrava disposto a concedere ai crociati, lasciando loro Gerusalemme e i luoghi Santi.

Correva l’anno 1219 e Francesco era partito per la Terrasanta seguendo il suo desiderio di recarsi nei luoghi che videro la nascita ed il sacrificio di Cristo, nell’antica Palestina.

Circa sei anni erano trascorsi dalla notte in cui Giovanni Velita l’aveva salvato dalla tormenta. Ormai Francesco, e non solo in Umbria, era considerato un Santo, lo chiamavano il pazzo di Assisi, il giullare di Dio, per questa sua volontà di vivere nella povertà assoluta, senza possedere nulla, sempre lieto, al servizio del Signore.

Molti in quegli anni gli si erano rivoltati contro, rendendogli la vita sempre più difficile. I ricchi lo schernivano, i poveri lo umiliavano perché aveva lasciato le sue ricchezze ed ora “voleva mendicare un tozzo di pane” rubandolo a loro. Molti alti prelati, che vivevano nel lusso e nell’arroganza, temevano che il suo esempio, posto a confronto del loro modo di vivere, potesse creare contrasti sgraditi e per questo lo combattevano.

Fortunatamente il suo movimento si era esteso a macchia d’olio; lo stesso Papa lo aveva benedetto, sorprendendo la sua Curia. Dopo aver sentito parlare Francesco del suo voler imitare Cristo, Innocenzo III era sceso dal trono e aveva abbracciato il frate, no-nostante fosse sporco e vestito di stracci. Era stato il primo riconoscimento alla vita che Francesco aveva scelto di affrontare e che migliaia di giovani volevano seguire.

Abbandonare i beni terreni, vivere in assoluta povertà, castità e in piena obbedienza alla Chiesa. Questo era necessario accettare per essere accolti da Francesco che poi li inviava, due a due, per le strade del mondo a predicare il Vangelo, vivendo di elemosina e del lavoro che veniva loro offerto. Senza casa, in un eterno pellegrinaggio, al servizio di Gesù Cristo.

Anche le donne erano entrate a far parte del suo movimento dei “fratres minores”, che noi conosciamo come i Frati Minori. Francesco aveva accolto prima Chiara, una nobile di Assisi, conosciuta in gioventù, che decise di intraprendere la sua strada e poi tante altre giovani, le “povere dame”, che poi verranno chiamate le “Clarisse”, raccolte in clausura a S. Damiano, un convento vicino ad Assisi.

Dopo anni di lotte per far capire ai fratelli i loro compiti, vivendo una vita di sacrificio e in eterno movimento, Francesco si sentiva sopraffatto dalle innumerevoli discussioni con i suoi compagni, sul modo di organizzare l’Ordine, che era cresciuto a dismisura e non poteva più essere condotto con le regole del primo gruppo di dodici frati alla Porziuncola, la culla dell’Ordine. Francesco, pur essendo capace con il suo carisma di farsi seguire in capo al mondo, decise improvvisamente di lasciare la guida del movimento ai suoi confratelli, per “liberarsi” dai problemi organizzativi, per cui non provava più alcun interesse e dedicarsi invece, con rinnovato vigore, alla predicazione del Vangelo per la salvezza delle anime e ai pellegrinaggi.

Egli considerava l’evangelizzazione della gente, anche in terre lontane, come una sua missione primaria e dopo aver inviato i suoi fratelli in Spagna, in Marocco, dove cinque erano stati martirizzati, lui stesso volle partire per la Terrasanta, per il pellegrinaggio che a quel tempo era considerato l’atto più importante per ogni cristiano.

Il sogno di recarsi a Betlemme, il luogo dove nostro Signore era venuto a portare la luce in questo mondo, non lo abbandonava un momento anche questa era la ragione che lo aveva spinto oltremare, in uno dei periodi peggiori per le Crociate, con i luoghi santi saldamente in mano ai musulmani e i cavalieri crociati impantanati da due anni nell’assedio di Damietta, in Egitto, assai lontano da Betlemme e da Gerusalemme.

Tanto grande era l’amore di Francesco per Gesù, il suo Signore, che lo immaginava spesso al suo fianco, lo sentiva parlare ed era capace di trascorrere notti intere in questo mistico colloquio.

La carovana stava percorrendo quel giorno un deserto pianeggiante, che si estendeva a vista d’occhio. E Francesco, poco abituato agli effetti del calore sulla sabbia rovente, ebbe l’impressione di vedere un grande lago alla sinistra della strada. Si meravigliò che nessuno ci facesse caso, finchè Gerard gli urlò “François, stai calmo. C’est un mirage. È un miraggio”.

Ma a Francesco il lago sembrava vero. Tanto che improvvisamente ebbe la visione del Cristo che si avvicinava, camminando sull’acqua. Gesù gli sorrise e gli fece un cenno. “Francesco, lascia tutto e seguimi”, disse a voce alta, per coprire i cigolii dei carri.

Francesco era così emozionato che saltò giù dal carro e si diresse verso la visione, con le braccia aperte “Vengo, vengo Signore… aspettami”.

Ma il miraggio era sparito e Francesco si sentì sollevare per la vita e riportare sul carro. Gerard lo aveva afferrato e gli sorrideva in modo interrogativo. “C’est un mirage”, ripeté, mentre Francesco si sentiva in estasi.

Non ci furono altri incontri con i saraceni, ma il viaggio verso Damietta continuò ancora per alcuni giorni. Furono a più riprese preceduti da folti gruppi di cavalieri in assetto di guerra, crociati, Ospitalieri, Templari, molti di loro assai giovani e poco allenati al combattimento.

Erano le nuove milizie arruolate in Europa e da poco giunte a S. Giovanni d’Acri.

Francesco vide aleggiare una nera ombra di morte su di loro e mentre la carovana procedeva lentamente con il suo carico, ebbe nuovamente un miraggio. Questa volta Gesù sembrava camminare sulle rive del Giordano, il sacro fiume dove il Battista lo aveva battezzato.

“A breve”, disse il Signore, “l’esercito crociato sferrerà un violento attacco alla città. I rinforzi che tu hai visto passare servono a rinfoltire le fila dei crociati, decimati dagli scontri e dalle malattie. Sarà un massacro, con migliaia di morti, ma la battaglia non volgerà a loro favore”. Il miraggio scomparve e subito Francesco chiese a Gerard di poter rivelare la sua premonizione al loro comandante.

“C’est trop tard, è troppo tardi”, disse il capo dei Templari, squadrandolo con sospetto. Il Re d’Ungheria e Leopoldo d’Austria, sobillati da Pelagio, il legato Pontificio, ormai avevano deciso. L’assalto non si poteva fermare. “Non puoi far nulla per impedirlo”.

Francesco si rinchiuse nella sua tonaca, affondò il viso nel cappuccio, come soleva fare quando cercava di isolarsi dal mondo e cominciò a piangere, mentre le grida della battaglia, il rumore delle armi e i nitriti dei cavalli gli tormentavano le orecchie e sentiva fisicamente il sangue di migliaia di morti che gli colava sul capo e sugli occhi. 

 

Quando Francesco si reca dal Sultano per salvargli l’anima

 

Frate Illuminato era preoccupato e tremante, mentre con Francesco, dopo aver lasciato alle spalle l’accampamento crociato, si era messo in cammino verso le mura di Damietta, per incontrare il Sultano El-Kamil.

Era trascorso circa un mese dalla cruenta sconfitta che i crociati avevano subito, come Francesco aveva intuito nella sua visione.

Né l’appoggio di Gerard, né la straordinaria insistenza di Francesco con ogni comandante crociato, erano valsi a scongiurare la battaglia, Ed ora, durante la tregua, Francesco aveva deciso che non riuscendo a convincere i crociati a fare la pace, avrebbe provato a parlare al Sultano in persona.

Nel campo crociato tutti avevano cercato di dissuaderlo dal suo proposito. “Appena ti vedranno, ti taglieranno la testa!”. Così lo avevano scongiurato di non partire. Ma Francesco era stato irremovibile, anche se sentiva dentro di sé che quella nuova avventura, per lui e il suo compagno, sarebbe con ogni probabilità finita con il martirio.

I due frati, provati dalle fatiche dei viaggi e dal caldo insopportabile, dalla dissenteria e da ogni tipo di malattia, si trascinavano intrepidi per quel lungo tratto di “terra di nessuno”, ancora disseminata da tutto ciò che ricordava la battaglia: pezzi di corazza, lance spezzate, carogne di cavalli. Unica compagna la loro fede.

“Sei sicuro di volermi seguire fratello Illuminato?”, chiese Francesco, vedendo il tremore del compagno, sudato all’inverosimile.

“Sempre”, rispose Illuminato con un filo di voce “e spero di seguirti anche in Paradiso”.

Francesco lo carezzò e disse: “Forse non è ancora la nostra ora, ma se così fosse ti assicuro che sarà Gesù stesso ad accoglierci!”.

Non aveva finito di pronunciare la frase che quattro cavalieri saraceni al galoppo, i temibili giannizzeri, erano apparsi al loro fianco, li avevano circondati e dopo averli gettati a terra e picchiati, cominciarono ad interrogarli.

“Soldan, soldan”, urlava Francesco. “Sono cristiano. Voglio parlare con il Sultano”. E alzava le braccia al cielo, per far capire che venivano in nome di Dio. Uno dei saraceni aveva già estratto la scimitarra, ma il capo giannizzero lo fermò. Era incuriosito dallo strano modo di vestire dei due frati, così diverso da cavalieri o sacerdoti cristiani.

Nell’Islam, i saggi, i “sufi” (“suf” vuol dire cappuccio) portavano abitualmente un rosso abito con un cappuccio. E quei due infedeli erano abbigliati di stracci, ma anch’essi avevano un cappuccio.

Ciò fu sufficiente per far smettere ai saraceni di insultarli e picchiarli. Vennero legati e mentre Francesco ringraziava Dio, continuava ad urlare “Soldan, Sultano”. Dopo qualche tempo furono condotti al cospetto di El-Kamil, il Sultano d’Egitto, che ammirato di tanto coraggio, li trattò bene e li ospitò presso di sé alcuni giorni, ascoltando ciò che avevano da dire.

Francesco all’inizio predicò il Vangelo, raccontò con parole dolcissime la nascita del Salvatore a Betlemme, fino al supplizio della sua morte in croce. In ogni modo tentò di persuadere il Sultano, i saggi e gli “ulema” musulmani, come la fede in Cristo fosse vera e la loro sbagliata.

I due frati rischiarono anche di vedersi tagliare la testa, quando sfidarono la corte, proponendo l’ordalia del fuoco, una prova medioevale che consisteva nel lasciare a Dio le risposte. Bisognava entrare nel fuoco e chi non veniva bruciato era quello che diceva la verità.

El-Kamil era lieto di quell’incontro. Ascoltava con attenzione Francesco, quel giullare della fede, che tentava di ammaliarlo in ogni modo, con canzoni, danzando, con la mimica dei gesti, ma che sentiva innamorato del Cristo più di qualunque uomo di fede avesse mai conosciuto. Uno sgorbio d’uomo, ammantato solo di stracci puzzolenti, che dimostrava una forza, una volontà inimmaginabili. Neanche il più potente tra tutti i crociati, era degno di stargli a fianco.

Il Sultano si era perfino commosso quando Francesco, insultato ed offeso dai suoi dignitari, che gli magnificavano le meraviglie del Paradiso del Profeta – dove scorrono fiumi di ambrosia e miele e dove bellissime giovani tornavano ad esser vergini ogni volta, dopo aver fatto l’amore – si sentì rispondere: “Ma tutto questo cosa conta se non c’è l’amore, il perfetto amore di Gesù, che ci ha insegnato ad amare anche i nostri nemici”.

“Perché mai tu dovresti amare anche me, che posso farti tagliare la testa in ogni momento?”, aveva chiesto El-Kamil.

“Certo che ti amo, come amo tutti voi. Sono qui perché voglio salvare la tua anima, voglio che la fede in Cristo entri nel tuo cuore”.

El-Kamil era affascinato dalla dolcezza di carattere e dall’indomabile volontà di Francesco. Parlarono anche dell’Islam, che considera Gesù un profeta, certo non grande come Maometto e che prova venerazione anche per Maria. E parlarono delle crociate, che insanguinavano quelle terre da più di un secolo.

“Tu credi davvero”, aveva provocato il Sultano, “che i crociati siano qui solo per Gerusalemme o per Betlemme, che tu ami tantissimo? O sono qui per impadronirsi delle nostre terre, delle nostre ricchezze?”.

Francesco aveva compreso che quell’uomo descritto, come una belva sanguinaria, come crudele assassino, aveva un cuore e che le loro anime si erano incontrate. Tanto che El-Kamil, temendo che la predicazione di Francesco potesse indurlo a qualche debolezza, che non sarebbe stata accettata dal suo “entourage”, preferì farlo tornare al campo crociato. Prima però gli offrì dei mandati per recarsi nei luoghi santi, ma soprattutto una grande quantità di doni, per i poveri che Francesco amava tanto.

Francesco non poteva accettare quelle ricchezze. Sia per la situazione in cui era, sia perché aveva fatto voto di povertà. Ma capì che il suo incontro non era stato vano quando El-Kamil gli chiese: “Frate, prega per la mia anima, perché Dio si degni di mostrarmi quale fede gli è più gradita”.

E così Francesco ed Illuminato fecero ritorno all’accampamento cristiano.

Lì i crociati non riuscivano a credere che quei due monaci, partiti qualche giorno prima, potessero essere usciti vivi da quell’avventura e che il Sultano li avesse ascoltati e trattati con grande rispetto.

Purtroppo né i consigli di Francesco, né l’offerta del Sultano di consegnare Gerusalemme, Nazareth e le reliquie della vera croce ai crociati, dissuasero Pelagio, il legato pontificio, dal continuare l’assedio.

Chiuso nel suo ostinato rifiuto ad un compromesso con i musulmani, Pelagio finì per costringere i comandanti crociati ad una nuova spaventosa offensiva, che si concluse il 5 novembre del 1219 con la presa della città, che fu saccheggiata, e gli abitanti massacrati.

Un altro episodio inglorioso per i crociati, che due anni dopo su-birono la riconquista della città da parte musulmana ed assistettero al fallimento dell’intera crociata.

Francesco, disgustato da tutto quel sangue, dalla morte di tanti giovani mandati al macello – anche Gerard, il suo amico Templare era morto – comprese come venisse frustrato il suo desiderio di pace e se ne tornò a S. Giovanni d’Acri. Nel deserto e al campo crociato, aveva contratto una infezione agli occhi che non riusciva a guarire e che a volte gli impediva quasi di vedere.

Nella primavera dell’anno successivo, Francesco, ormai impossibilitato anche a visitare il Santo Sepolcro e la Betlemme dei suoi sogni, si era imbarcato per ritornare in Italia.

 

(tratto da “Il Presepe di S. Francesco”, di G.M. Bragadin, ed. Melchisedek)

 

Clicca qui sotto per vedere l’anteprima del libro:

IL PRESEPE DI SAN FRANCESCO

 

Gian Marco Bragadin, scrittore, editore, esperto di comunicazione ed autore TV.

La sua ricerca del Divino gli ha permesso di compiere esperienze e viaggi straordinari, e lo porta a diffondere i messaggi di Maestri di Saggezza. Il suo portale è www.marediluce.com  

Per contatti: www.melchisedek.it     info@melchisedek.it