"Introduzione ad un principio universale".

 

 

 

“La civiltà non consiste nel semplice progresso in sé

e in un'ottusa distruzione dell'antico, ma nello

sviluppo e nel raffinamento dei beni già acquisiti".

[C.G. Jung]

 

 

         E’ possibile dire qualcosa di nuovo o di interessante attraverso una raccolta di citazioni, di idee, di simboli che coprono un arco di storia di tremila anni, cioè, attraverso una somma di cose già dette e conosciute? Ebbene, sì; ma solo se da questa molteplicità di contenuti eterogenei emergesse un significato ulteriore rispetto a quello espresso dai singoli contenuti presi isolatamente e verso il quale tutti in qualche modo convergano; se, poi, questo nuovo significato si presentasse da un lato come il mosaico finale nel quale la molteplicità dei “frammenti” si complementarizza e si unifica, e dall’altro come una logica universale, com’è il caso del presente lavoro (almeno nei suoi fini), allora oltre a qualcosa di nuovo, si può dire anche qualcosa di interessante.

         Infatti, le citazioni e gli scritti che compongono questo saggio coprono un po’ tutti gli ambiti della speculazione umana (alchimia, psicologia, neurobiologia, storia comparata del simbolo e delle religioni, teologia, semantica, filosofia, logica, storiografia, ecc.); ma c’è un motivo universale che li accomuna e che li fonde in un solo disegno: il Principio di complementarità degli opposti, o, se vogliamo, la sua variante filosofica, la Dialettica.

         Il mio intento non è quello (o non solo quello) di analizzare da diversi punti di vista un grande “luogo comune” della storia e della tradizione (la Dialettica è stata identificata con la filosofia stessa e la “Coniunctio oppositorum” con il Padre eterno, o con il Tao o con il dio Ermes-Mercurio), ma è anche e soprattutto quello di mostrare come esso sia tutt’ora valido nei più diversi e distanti ambiti della stessa conoscenza moderna, tanto da doversi prendere in seria considerazione l’ipotesi che si tratti di un vero e proprio Principio universale.

         L’ipotesi dell’esistenza di un Principio universale appare pretenziosa e sfrontata agli occhi del dominante relativismo moderno, ma non appare tale né alla luce della storia del pensiero umano tradizionale (nella quale l’idea di un Principio ultimo è, anzi, dominante), né alla luce di quelle che, pur essendo sfuggite quasi del tutto all’attenzione dei ricercatori contemporanei, si possono considerare come le tre scoperte più importanti del secolo appena trascorso, dopo quelle della fisica atomica e relativistica, cioè:

1 - la scoperta della struttura duale-dialettica dei simboli, delle ritualità e delle idee religiose (ampiamente documentata e descritta da alcuni degli storici più importanti del simbolismo religioso: Mircea Eliade, René Guénon, Julius Evola, René Alleau, Ernest Cassirer, Carl Gustav Jung);

2 - la scoperta, da parte dello psicologo C.G. Jung, della struttura duale-dialettica della psiche (ampiamente documentata e descritta nella sua opera); e

3 - la scoperta, da parte del neurobiologo J. Eccles, della struttura duale-dialettica della dinamica mente-cervello: il “dualismo-interazionismo” (J. Eccles:  “Come l’Io controlla il suo cervello”).

         Questi tre paradigmi presi in sé isolatamente, cioè, come tre teorie separate e indipendenti ciascuna nel proprio ambito disciplinare, sono teorie tra tante altre, anzi le più marginali rispetto alla quasi totalità di teorie di stampo materialista.

         Infatti, è necessario spostarsi in una prospettiva super-disciplinare affinché esse si mostrino come le diverse punte emergenti di un medesimo grande iceberg sommerso, di una medesima grande logica che le fonda - la complementarità degli opposti - e affinché si renda razionalmente necessaria l’ipotesi di una sua estendibilità ai fondamenti di tutte le altre discipline.

         Ma, purtroppo, una prospettiva super-disciplinare è proprio l’esatta antitesi della prospettiva che invece è oggi imperante e cioè quella della divisione specialistica della ricerca. Una divisione così imperante, ...che lo stesso Eccles era totalmente ignaro del fatto che in una disciplina confinante con la propria, la psicologia, qualcuno (Jung) aveva elaborato una teoria “dualista” di cui il suo “dualismo-interazionismo” era un’estensione, o una analogia o una variante autonoma; così com’era ignaro della scoperta di Eliade sulla logica “duale” del simbolo, nonché delle ricerche del fisico (premio Nobel, come Eccles) Nils Bohr (anni ’30-’40) dirette ad estendere il principio di complementarità sia ad altri aspetti della fisica, oltre a quello del cosiddetto “dualismo onda-particella”, sia ad altre discipline, alla stregua di vero e proprio principio universale.

         La stessa filosofia, che dovrebbe rappresentare il momento interdisciplinare della conoscenza e di cui dovrebbe cercare la componente universale o, come predicavano i più importanti ‘padri’ della filosofia, “ciò che è comune a tutte le scienze”, è caduta invece anch’essa nella specializzazione, perdendo il senso della propria missione, sovrapponendosi un po’ parassitariamente alle varie discipline particolari (filosofia della scienza, del diritto, della storia, ecc.) e perdendo di vista l’unità ultima delle cose la cui ricerca, in ultima analisi, è il solo compito che le rimane in un’epoca in cui la conoscenza del mondo non spetta più ai filosofi, ma al corpo delle scienze.

         La filosofia non avrebbe alcun ruolo nella cultura, se non esistesse un criterio unico e ultimo di verità e di descrizione del mondo; e non avrebbe alcuna funzione utile neppure se un tale criterio esistesse però fosse pienamente accessibile all’osservazione di campi disciplinari isolati.

         Essa ritrova un proprio ruolo utile e un proprio fine autonomo e indipendente dalle scienze specialistiche solo laddove ammetta l’esistenza di un principio unico di “funzionamento del mondo”, lo elegga come proprio oggetto di ricerca e, inoltre, ammetta che tale criterio non sia osservabile dal punto di vista di ciascuna disciplina isolata e che per metterlo in luce sia perciò indispensabile un punto di vista diverso e ulteriore rispetto a quello specialistico-disciplinare: nello stesso modo in cui, per esempio, è necessario un ambito diverso e ulteriore da quello delle mappe geografiche, per quanto fedeli e rigorose possano essere, affinché risulti osservabile l’’universale’, “ciò che è comune a tutte le mappe”, cioè la forma sferica ultima della geografia.

         Nessuno sarebbe capace di dedurre la curvatura della terra dall’analisi di mappe geografiche o dallo studio analitico e capillare del territorio; potremmo analizzare palmo a palmo tutto il territorio (o tutte le mappe) del mondo, senza cogliere il minimo indizio della sua curvatura.

Così come la dimensione curva trascende il piano della cartografia ordinaria, esula dal suo oggetto principale (una rigorosa e fedele rappresentazione del territorio) pur costituendone un elemento fondamentale, nello stesso modo la “forma ultima” del sapere trascende il piano e i fini immediati delle diverse discipline che lo compongono (una rigorosa e fedele rappresentazione del proprio ...territorio specialistico), pur rappresentandone un elemento centrale e indispensabile. 

         Su quanto il problema della “forma ultima” del sapere trascenda davvero gli orizzonti della conoscenza moderna la dice lunga il fatto che di esso non si occupi nessuno, neanche l’epistemologia la quale, a dispetto del nome che si è dato (“episteme” = verità), ormai limita la propria riflessione al solo dominio ristretto delle verità scientifiche e non all’intero ‘mappamondo’ dell’episteme.

 

“Lo specialista odierno è per Ortega "un barbaro specializzato". I pericoli che questa barbarie specialistica comporta sono soprattutto due: sul piano personale, una riduzione, deformante e falsificatoria, dell'orizzonte mentale dell'uomo di scienza; e, sul piano sociale, la disarticolazione del sapere in una molteplicità di compartimenti stagni, che introduce l’incomunicabilità" anche nel mondo della cultura.

         Come ci si potrà attendere, dai vari specialisti esperti e tecnici, un'interpretazione unitaria dei destini umani, una visione globale della società con i suoi problemi e le sue tensioni, una chiarificazione delle mete comuni? Alla società essi potranno dare "una miriade di microscopi, ma mai il colpo d'occhio dell'aquila signora dello spazio, capace di scrutare i vasti orizzonti della vita" (J. M. Carballo)".  [J. G. FICHTE: La dottrina della scienza – pg. 102]

 

Eppure la storia ci mostra che la Geografia non sarebbe mai diventata una scienza rigorosa, unitaria e compiuta, se avesse continuato ad identificarsi con la sola cartografia, cioè se la sua fosse stata solo conoscenza di territori e arte di rappresentarli fedelmente e le fosse mancato, quel “momento unificante” al quale nessuna osservazione cartografica avrebbe mai potuto condurre.

         Neppure l’astronomia sarebbe diventata scienza rigorosa, se, su un piano diverso da quello di semplice “cartografia del cielo”, non avesse individuato “ciò che è comune a tutti gli astri”, cioè le leggi che regolano il loro moto. Infatti, non furono dei progressi in campo astronomico, o l’acquisizione di nuovi dati conoscitivi sul firmamento all’origine del rivoluzionario passaggio al paradigma copernicano, ma al contrario, furono elementi di provenienza extra-disciplinare che portarono a una diversa cornice interpretativa dei medesimi dati osservati (la tecnica e i metodi di osservazione di Tolomeo e di Keplero erano essenzialmente i medesimi).

         La stessa origine storica dell’idea eliocentrica sembra collegarsi direttamente al simbolismo magico-religioso della filosofia alchimista (in quel tempo rigogliosa) e ad una cosmologia ‘solare’ comune anche ad altre tradizioni che vedeva nel sole una allegoria vivente o una incarnazione del Divino quale Principio e Centro dell’universo (vedi 2. 15). Scrive M. Eliade:

 

“Uno studio recente ha svelato le implicazioni religiose, quasi sempre nascoste o mascherate, nell'astronomia e nella cosmografia del rinascimento.

         Per i contemporanei di Copernico e di Galileo l'eliocentrismo era più che una teoria scientifica: esso segnò la vittoria del simbolismo solare sul medioevo, cioè la rivalsa della tradizione ermetica - considerata come venerabile e primordiale, essendo precedente a Mosè, Orfeo, Zoroastro, Pitagora e Platone - sul provincialismo della Chiesa medievale".   [M. ELIADE: La nostalgia delle origini - pg.105]

 

         Naturalmente, l’affermazione definitiva del paradigma eliocentrico sul geocentrico non è stata né un atto di fede né, come predica un certo relativismo ingenuo, una scelta soggettiva a favore di una maggiore semplicità e coerenza matematica, ma è stata determinata dalla scoperta della legge di gravità newtoniana e della sua perfetta concordanza con l’ipotesi eliocentrica. 

         In altre parole, le prime tre grandi rivoluzioni dell’occidente (la trasformazione della geografia, dell’astronomia e della fisica in scienze rigorose e compiute), si sono originate e giocate su un piano diverso da quello dell’osservazione disciplinare; anzi, sono stati proprio gli “osservatori specializzati” (cartografi, astronomi e filosofi-fisici) i maggiori oppositori delle nuove cosmologie.

         Pertanto non ci dovrebbe sorprendere il fatto che gli elementi più importanti e decisivi per un possibile analogo compimento ultimo della conoscenza si debbano cercare proprio fuori dell’ambito disciplinare, cioè, che ci sia la necessità di compensare l’attuale squilibrio verso la polarità specialistica, analitica, disciplinare del sapere con uno spostamento verso la polarità sintetica, filosofica, universalistica, super-disciplinare, vincendo il pregiudizio secondo cui i progressi di ogni disciplina dipenderebbero essenzialmente dal grado di approfondimento analitico del proprio campo specifico.

         Eliade, infatti, non sarebbe mai pervenuto alla scoperta dell’archetipo universale della dualità (o della dualità universale dell’archetipo), se si fosse soffermato allo studio analitico-specialistico di una sola tradizione o di un gruppo limitato di tradizioni e se poi non avesse cercato (attraverso il metodo comparativo) “ciò che è comune a tutte le tradizioni”.

         Né Jung sarebbe mai pervenuto alla scoperta della struttura dialettica della psiche, se non avesse esteso le sue ricerche dal piano individuale a quello universale e super-individuale della psiche storica e collettiva e non avesse evidenziato “ciò che è comune ad ogni psiche”.

         All’origine delle ricerche di entrambi c’è stata l’osservazione quasi casuale, ciascuno nel proprio ambito disciplinare, di dati o di eventi o di configurazioni di eventi estremamente singolari e soprattutto imprevisti rispetto alla comune concezione scientifico-materialista del mondo; eventi la cui spiegazione coerente imponeva il ribaltamento delle premesse teoriche e degi assiomi fondamentali delle rispettive specializzazioni.

         Qualcosa che potremmo definire nei due casi come delle “analogie di significato molto profonde tra ambiti molto lontani”, che spesso significava “analogie troppo profonde e capillari, o troppo complementari per essere sorte spontaneamente in ambiti reciprocamente troppo isolati”.

         Nel caso di Jung, si è trattato di analogie tra materiale onirico individuale e simbologie provenienti dalle tradizioni più lontane spesso del tutto ignote al sognatore; ma anche di analogie tra le età tipiche dell’individuo e certe ere tipiche della nostra storia, o tra la funzione dei miti religiosi sulla storia e la funzione dei grandi sogni sulla dinamica psichica dell’individuo.

         Mentre per Eliade si è trattato di analogie tra tradizioni religiose diverse, spesso geograficamente o culturalmente separate. In entrambi i casi, di analogie troppo circostanziate, o troppo adeguate l’una all’altra o troppo reciprocamente pertinenti per non essere obbligati dalla logica a ipotizzare l’esistenza di una matrice unica, super-storica e super-individuale quale fonte ispiratrice di ogni simbolo, di ogni mito, di ogni cosmologia religiosa: una matrice che Jung ha chiamato Inconscio collettivo, Eliade Immaginario collettivo e di cui entrambi hanno evidenziato la ‘dualità’ sia nella funzione dialettico-interlocutoria sulla storia (o sull’individuo) sia nella struttura duale-dialettica dei simboli che lo esprimono.

         Anche l’antropologo Levi-Strauss individuò questa unità sottesa nella molteplicità dei miti e le diede, appunto, il nome di “Struttura”; tuttavia, non avendone colto né la natura dialetticamente ‘altra’ rispetto alla coscienza (o alla coscienza storica) né la natura tipicamente duale delle sue espressioni simboliche, finì per metterla in uno stesso gran calderone con la materia e con la coscienza, privando così di fondamento e di significato la possibilità stessa di libertà per l’uomo e facendo a pezzi tutti i valori etico-civili di cui essa è premessa e cardine.

         Ebbene, il metodo di una filosofia che si costituisse come momento unificante del sapere non potrebbe che coincidere con il metodo dell’analisi comparata adottato da Jung e da Eliade nelle rispettive ricerche.

         Così come essi hanno messo a confronto delle realtà simboliche distanti ed autonome giungendo alla scoperta di modelli di significato universali e trascendenti (gli archetipi) non osservabili né sul piano dell’analisi “territoriale” delle singole tradizioni simboliche né su quello della sola psicologia individuale, una epistemologia idealmente consapevole del proprio ministero dovrebbe porre a confronto discipline del sapere distanti ed autonome, cioè trasformarsi in una scienza comparata del sapere con la finalità di individuare gli ‘archetipi concettuali’, cioè i grandi concetti che sono comuni a tutte le scienze, primo fra tutti - o dulcis in fundo - il Principio di complementarità, l’archetipo concettuale in cui si proietta l’unità di tutti gli altri.

         Naturalmente, per portare a compimento qualcosa di così imponente come un’analisi comparata del sapere è necessario l’apporto di una vasta molteplicità di ricercatori organizzati in scienza e, forse, persino qualche secolo di tempo.

         Pertanto, il presente lavoro non può aspirare ad altro che ad indicare i termini generali, la direzione di un cammino interdisciplinare possibile e a mostrare un numero sufficiente di ragioni che rendono un tale cammino auspicabile e necessario per l’evoluzione della conoscenza.

         E siccome queste ragioni provengono da diversi e distanti territori della ricerca (non potrebbe essere altrimenti), piuttosto che improvvisarmi psicologo o storico delle religioni, o simbologo, o neurobiologo, o filosofo, ecc., ho preferito esprimerle attraverso le testimonianze e le riflessioni degli stessi “specialisti” e riducendo la mia funzione a quella di ordinatore della loro sequenza.

         Infatti, il loro ordine segue un criterio ben preciso: quello elementare secondo cui tutte le verità più autentiche sono complementari tra loro, dal quale discende che laddove è possibile costruire un paradigma unitario a partire da tante testimonianze autonome e separate, sia il paradigma che le osservazioni hanno un’altissima probabilità di essere delle verità autentiche e universali. Qualsiasi giudice in un processo penale seguirebbe lo stesso criterio.

         “Ordo et connexio idearum ac ordo et connexio rerum”, “l’ordine e la relazione delle idee corrisponde all’ordine e alla relazione delle cose”, dicevano i dialettici-scolastici medioevali; e qualche secolo dopo trionfò la scienza proprio grazie alla realizzazione di questo medesimo criterio o, meglio, di una sua variante parziale, la variante ‘pitagorica’ che vede, non nelle idee, ma nei numeri l’ordine di relazione fra le cose, che potrebbe essere così enunciata: “ordo et connexio numerorum ac ordo et connexio rerum”.  Ma se teniamo conto del fatto che i numeri non sono altro che una tipologia particolare di idee, tutto converge verso la possibilità di un analogo trionfo della filosofia nel momento in cui essa estenderà al resto delle idee (i concetti, gli archetipi, i simboli) la funzione di “ordo et connexio rerum” conquistata fin qui solo dai numeri.

 

Da questo punto di vista, la ricerca di un principio di ordine e connessione delle idee (cioè, di un criterio ultimo di verità) non è affatto eccentrica o fantasiosa, ma è perfettamente conforme sia ai canoni scientifici che a quelli filosofici rispetto ai quali il significato di idea coincide, per l’appunto, con quello di “ordine e connessione” di una molteplicità omogenea di significati, cioè coincide con un universale “in piccolo”.

         Abelardo definiva l’idea come lo “stato comune in cui converge un gruppo di cose”; Ockham il “segno di più cose”; Platone e Aristotele “l’universale delle cose”, “l’unità visibile nella molteplicità”; Hegel la “categoria”, cioè la sintesi o forma unitaria di un molteplice; S. Agostino la “ragione immutabile delle cose”; S. Tommaso “principio di conoscenza delle cose”, Plotino il “pensiero divino” che sta a fondamento di ogni cosa, ecc..

         Si tratta, cioè, di ‘copiare’ o di ripetere un passo che è già stato fatto dalla scienza mezzo millennio fa, pur se in un diverso ambito speculativo; o, meglio, si tratta di portare al suo compimento naturale un cammino di cui la scienza rappresenta solo la prima metà del percorso.

         Si deve passare, cioè, dal numero al simbolo quale misura delle cose, dalla quantità alla qualità, dall’equazione matematica all’archetipo sacro, dall’analisi alla sintesi, dalla separazione-frammentazione specialistico-analitica all’unità super-disciplinare.

         Un taoista parlerebbe della necessità di una alternanza tra una conoscenza yin (fisico-materiale) e una conoscenza yang (simbolico-spirituale); mentre io parlerei di necessità di conformità al Principio.

 

"Il Tao si potrebbe considerare come il regolatore della alternanza di yin e yang (...), come un principio d'ordine, che governerebbe indistintamente l'attività mentale e il cosmo."   [Dizionario BUR-Rizzoli - pg.445]

 

         La prima parte di questo saggio ha come oggetto l’Alchimia, proprio perché il fine ultimo della sua missione (fine mai raggiunto in cinque secoli di “Ars chemica”), cioè l’Arcanum, la Pietra filosfale, consisteva, in definitiva, in una realizzazione del Principio di complementarità degli opposti nella materia fisico-chimica.

         Ma l’alchimia non si esauriva affatto in questo, dato che nel simbolismo e nella speculazione alchemica il Principio di complementarità è identificato con Dio, la Pietra con il Figlio, cioè con l’Incarnazione del Principio, e l’alchimista stesso con il sacerdote che doveva amministrare il ‘sacramento chimico’ (l’Opus Magnum) e giungere alla produzione ‘tecnologica’ del Redentore, del “Redemptor Naturae et Spiritus”.

         Si tratta di un sintetico “puzzle” costituito da una cinquantina delle immagini simboliche più rappresentative dell’alchimia qua e là cucite insieme da un’altrettanto sintetico commento scritto che ha il solo fine di evidenziare lo stretto legame, se non l’identità, tra il Principio di complementarità e la meta ultima dell’Alchimia: il Filius philosophorum.

         E’ una sintesi piuttosto che una analisi; pur se non mancano esempi analitici capaci, tra l’altro, di mostrare la profonda e singolare continuità-analogia-complementarità che esiste tra il simbolismo alchemico ed altri importanti simbolismi tradizionali, cristiano, greco, taoista, ecc..

 

- Nella seconda parte cerco di mettere a confronto, sempre molto sinteticamente, alcuni grandi concetti del linguaggio, della filosofia, della logica e della scienza, quali la metafora, il numero, l’operazione di misura, il sillogismo aristotelico, la ‘triade hegeliana’, il principio di non-contraddizione, il paradosso, la dialettica filosofica, la struttura del simbolo e dell’archetipo, la dualità mente-cervello, ecc., riconducendoli a una medesima dinamica di principio: l’unità degli opposti.

         In questa prospettiva, è l’intera sfera del linguaggio, della logica, della filosofia e della conoscenza che rivela la propria conformità al principio di complementarità degli opposti, sia in senso storico (evoluzione dialettica della filosofia attraverso il confronto-scontro di filosofie opposte), sia in senso strutturale (la dialettica come principio e legge del pensiero e del linguaggio), sia nel senso ‘teleologico’ della missione, della meta ultima della filosofia e della conoscenza: un criterio definitivo di verità.

 

- Nella terza parte del saggio cerco di mettere a fuoco un’idea di C.G. Jung - che nella sua opera è solo indicata - sulla profonda identità che esiste tra la funzione terapeutico-compensatoria dei ‘grandi sogni’ nell’equilibrio psichico individuale e quella dei grandi miti nell’equilibrio evolutivo delle culture, in particolare nella cultura Occidentale.

         Questo semplice paradigma, oltre ad essere in sé conforme al Principio di complementarità (nel suo aspetto di principio di analogia tra le diverse scale dell’essere),  mi permette di porre in risalto la storia di questi ultimi due millenni come marcata da due grandi dialettiche: 1 - una dialettica ‘verticale’ tra storia e mito, nella quale il contenuto del mito corrisponde con i valori di cui è carente la cultura che produce il mito stesso, cioè corrisponde con i valori opposti a quelli eccedenti ‘patologicamente’ nella cultura; e 2 - una dialettica ‘orizzontale’ tra i valori dominanti nel 1º millennio (il culto della fede, dello Spirito, del Cielo, di Dio, del maschile, ecc.) e  i valori opposti-complementari dominanti del 2º millennio (il culto della Vergine come polarità femminile di Dio, della Materia, della Natura, della Ragione, ecc.).

         In altri termini, la Storia si viene a configurare, da un lato, come una grande oscillazione di periodo millenario tra due polarità opposte di valori culturali, e dall’altro come un vero e proprio dialogo (non privo di ‘malintesi’) tra l’immaginario collettivo (il mito) e le diverse ere della storia occidentale, sul modello della relazione dialettica coscienza-inconscio nell’individuo. Cioè, la storia si configura come una doppia dialettica a croce di dimensione bi-millenaria.

 

         Questo ulteriore paradigma non manca naturalmente di fascino, mostrandoci duemila anni di storia occidentale sotto un unico grande paradigma, quello della Croce, noto archetipo universale, anch’essa, della unità degli opposti, o della complementarità universale (per esempio, l’idea cristiana che considera l’unione verticale uomo-Dio come analogia esemplare dell’unione orizzontale uomo-uomo la quale, in “ama il tuo nemico”, diventa una vera unione orizzontale di opposti).

         Così come non mancano di fascino le prospettive non solo striografiche ma più generalmente filosofico-cosmologiche che si aprono di fronte all’ipotesi di un principio che governa la psiche umana, il linguaggio, la conoscenza, la storia.

         Cioè di un principio che sia principio logico nella logica (la Dialogica), principio divino in teologia (il Tao, il Logos), psichico in psicologia (il Sé), filosofico in filosofia (la Dialettica), ecc., pur rimanendo sempre uno e sempre normativamente uguale a sé stesso.

         L’introduzione di un criterio rigoroso di verità e di giudizio nelle discipline umane potrebbe produrre in esse un salto di qualità, una ‘resurrezione’ paragonabile a quella che si produsse con l’introduzione galileiano-kepleriana del criterio matematico-sperimentale, cioè con la nascita della scienza moderna.

         Così come il criterio matematico-sperimentale è diventato un affidabile garante delle verità scientifiche, cioè delle verità riguardanti il polo oggettivo-quantitativo-fisico del mondo, analogamente, il Principio di complementarità diventerebbe garante delle verità riguardanti il polo soggettivo-qualitativo-metafisico.

         E gli archetipi assumerebbero nel regno della qualità lo stesso importante ruolo normativo e universalizzante che assumono i modelli matematici nel regno della quantità. Così come la legge dei numeri è diventata legge del mondo materiale (le leggi fisiche si esprimono con modelli matematici), la legge dei simboli - la dialettica - diventerebbe la logica del mondo spirituale, come hanno intuito anche alcuni dei più brillanti teologi contemporanei della “dialettica dello Spirito” (T.Altizer, M. Buber, G. Barzaghi, O. Cullmann, ecc.).

         Ma un principio che governa mente e spirito non può non contenere in sé i principi che governano il corpo e la materia, dal momento che queste due polarità dell’esistenza coesistono nel creato integrate in unità viventi; e quindi il principio di complementarità non tarderebbe ad estendere la propria validità al mondo fisico e a rivelarsi come principio autenticamente e compiutamente universale.

         In questa prospettiva sarebbe definitivamente risolto il millenario problema filosofico dell’identificazione della verità o della sua definizione: la conformità al Principio diventerebbe il criterio ultimo di verità, e la forma dialettica, come pensava Platone, diventerebbe la forma tipica o paradigmatica della verità stessa, il suo ‘marchio’ di riconoscimento.

         Persino la teologia, trasformando Dio in un Principio ultimo di validità dimostrabile, realizzerebbe i sogni di teologi come S. Tommaso d’Aquino  o Anselmo d’Aosta e si trasformerebbe in una vera e propria scienza.

         E’ vero che Dio può essere definito in una infinità di modi ma, grazie al Principio, una tale molteplicità può essere ricondotta a una dualità di opposti (o ad una molteplicità di dualità) e questa, a sua volta, ad una unità superiore.

 

         Insomma, l’introduzione di un principio universale nel sapere produrrebbe conseguenze rivoluzionarie e dirompenti per l’intera cultura, innovazioni di portata epocale, anzi, ...mitica. E’ per questo che sono numerosissimi i miti, oltre al mito dell’alchimia, che prefigurano simbolicamente una tale possibilità, non senza toni trionfalistici e messianici. Dalla vittoria di Teseo sull’enigma del Labirinto, la cui soluzione era legata a un misterioso unico filo - logico? - capace di condurre l’eroe fino al cuore del malefico enigma, alla cristiana “resurrezione del Logos”, in cui l’eroe che risorge è l’incarnazione di un Principio trascendente e simbolo della Verità ultima, del Verbum Dèi incarnato nella parola umana; dalle Tavole di Mosè in cui Dio si incarna come Legge, al Taoismo, che contempla in una dualità di principi cosmici immanenti (Yin e Yang) l’incarnazione di un Principio unico trascendente (il Tao, di forma circolare); dalla promessa luciferina legata al frutto dell’Albero della Conoscenza (“...e voi sarete come dèi”), o dell’Albero della Croce, alla saga del Graal, in cui l’eroe dai molti nomi (Parzifal, Re Artù, Merlino, ecc., restaura la sovranità e l’unità in un regno decaduto e diviso, grazie ai poteri risanatori di un misterioso rimedio (il santo Graal) che riassume in sé una molteplicità di significati coincidenti o sovrapponibili con quelli della Pietra filosofale: 1 - fonte di conoscenza e di saggezza, 2 - unione di principi opposti, 3 - autorità regale, 4 - medicina del corpo e dello spirito, 5 - frutto di una ricerca in territori lontani, ecc.; senza contare tutte le favole in cui alla fine sarà sempre un princip...e a salvare la nobile e immatura fanciulla (la filosofia?) dalla servitù di sorellastre saccenti, o dalle minacce di una regina potente, vanitosa, e zitella (la scienza?), o a risvegliarla dal ...sonno della ragione.

         Tanta mitica solennità non è ingiustificata, se pensiamo che l’introduzione di un fondamento universale nel sapere potrebbe rappresentare davvero l’Alfa e l’Omega della cultura umana, il suo principio e il suo fine, il suo cardine metafisico e la sua meta storica, il suo coronamento ultimo e il principio di un nuovo cammino.

         Oltre a promuovere tutte le discipline della cultura a vere e proprie scienze rigorose (una scienza è tale quando, dalla descrizione oggettiva, rigorosa e analitica degli eventi, dei fatti, dei fenomeni, perviene alla descrizione del loro ordine, cioè, delle leggi e dei principi che li governano), complementerebbe in sé le scienze “del cielo” con le scienze “della terra”, come una grande “Arca dell’Alleanza” nella quale degli archetipi teologici, o filosofici, o mitologici (la trinità, la croce, la harmonia praestabilita, l’alternanza yin-yang, ecc.) possono diventare illuminanti e geniali paradigmi della logica, della storia, della psicologia o della fisica, come pure immaginava H. Hesse in “Il gioco delle perle di vetro”.

         Si realizzerebbe così una specie di “moneta unica” del sapere grazie alla quale una scoperta in qualunque campo disciplinare comporterebbe, per traslazione, una analoga scoperta in ciascuno degli altri. Cioè si produrrebbe conoscenza non più solo a partire dall’osservazione oggettiva ma anche e soprattutto a partire dalla riflessione filosofica o da una rigorosa speculazione ...teologica o, chissà, musicale (una orchestra è l’archetipo dell’unione degli opposti da molti punti di vista, il più evidente dei quali è l’unità della molteplicità), o etica (una virtù autentica è sempre un equilibrio armonico di qualità opposte, per es.: coraggio e umiltà, libertà e obbedienza etica, giustizia e magnanimità, sentimento e ragione, ecc.), o semantica (un concetto è utile e illuminante quando armonizza e unifica in sé una pluralità di significati, compresi quelli di segno opposto; per es.: la verità vista come unità di soggetto e oggetto, di analisi e sintesi, di immanenza e trascendenza, di particolare e universale, di tesi e antitesi, di matematica e fisica, ecc.).

         Non più solo dall’osservazione disciplinare ai principi, ma anche e soprattutto dal principio alla sua verifica (o applicazione) disciplinare.

         Tra l’altro, si tratterebbe di una vera e propria democratizzazione del sapere, di un suo decentramento dalle mani esclusive dei padroni della ricerca tecnologico-specializzata e di un recupero della speculazione metafisica come polarità complementare indispensabile al pari della polarità osservativo-sperimentale.

         Non più l’immagine disperante di una conoscenza fatta di tante conoscenze separate in espansione infinita su un territorio virtualmente senza limiti e senza forma ultima, qual è l’immagine ingenua degli epistemologi moderni, ma una conoscenza che si racchiude e si raccoglie attorno ad un medesimo centro (il Principio) e nella quale si rende possibile “raggiungere l’oriente navigando verso occidente”, o in senso epistemico-filosofico, pervenire a una medesima conclusione partendo da due logiche diametralmente opposte, che è la proprietà fondamentale del processo dialettico.

         In tal modo, una conoscenza nuovamente aperta alla sacralizzazione, nella quale “l’ipotesi di Dio” - che Laplace aveva creduto di poter esiliare dagli orizzonti del sapere, ridiventa necessaria, anzi, determinante e fondante.

         Un Principio dà finitezza al sapere senza porgli dei limiti, proprio come l’universo non-euclideo concepito da Einstein è “illimitato, ma finito”. Con un Principio, cioè, il sapere acquisisce finitezza nel senso dell’estensione disciplinare (il numero delle scienze è finito e, per ciascuna scienza, è finito il numero delle leggi e degli assiomi fondamentali), ma non si pongono limiti nel senso della profondità di analisi (sia disciplinare che interdisciplinare), nello stesso modo in cui in geometria si passa dall’infinità dei punti di una superficie geometrica infinita, priva di centro e di forma, all’infinità dei punti di una superficie geometrica finita, qual è una superficie sferica, dotata di forma, di centro (che trascende la superficie) e persino di due poli naturali.

         Di fatto, la scoperta della finitezza della superficie terrestre non ha posto limiti alla crescita della Geografia né come scienza né come esplorazione ma, al contrario, ha creato le condizioni necessarie per la piena realizzazione di entrambi i suoi aspetti.

         Non è casuale che la simbologia di tutte le tradizioni (§ 2.20) identifichi il creato con un cerchio e il Principio divino con il centro. Qualche esempio: 

 
“Posto al centro della «ruota cosmica», il saggio perfetto la muove invisibilmente, in virtù della sua sola presenza, senza partecipare al suo movimento, e senza preoccuparsi di esercitare una qualsiasi azione. (...)
         Questo distacco assoluto ne fa il signore di ogni cosa, poiché, essendo egli passato al di là di tutte le opposizioni inerenti alla molteplicità, nulla può più influire su di lui [...]. A forza di ricerca, è pervenuto alla verità immutabile, alla conoscenza del Principio universale unico".  [R. GUÉNON: Il simbolismo della croce - pp. 72-3]

 

         "Questo punto centrale e primordiale è identico al «santo palazzo» della Qabbalah ebraica; nella sua essenza, esso non è localizzato, poiché è assolutamente indipendente dallo spazio, che non è se non il risultato della sua espansione o del suo indefìnito sviluppo in tutti i sensi, e, di conseguenza, da lui deriva per intero: «Trasferiamoci in spirito fuori di questo mondo di dimensioni e di localizzazioni, e non si tratterà più di dare una sede al Principio». [...] Il punto primordiale, pur rimanendo sempre essenzialmente «non localizzato» (appunto per questo, nulla può influenzarlo o modifìcarlo), si fa centro di questo spazio, cioè, centro di tutta la manifestazione universale ".   [R. GUÉNON: Il simbolismo della croce - pg.75]

 

“Il centro è anche simbolo della legge organizzatrice: a questo proposito si parla di ‘potere centrale’ che organizza lo Stato e, a un livello superiore, l’universo, l’evoluzione biologica e l’ascesa spirituale. [...] Il centro può essere considerato un’immagine del mondo, un microcosmo che contiene in sé tutte le virtualità dell’universo”.   [CHEVALIER - GHEERBRANT: Dizionario dei simboli - pg. 243]

 

“L’uomo religioso cerca sempre di stabilire la propria residenza nel “centro del mondo”. Affinché si possa vivere nel mondo, questo deve essere fondato; e nessun mondo può nascere nel caos dell’omogeneità e dalla relatività dello spazio profano. La scoperta o la proiezione di un punto fisso – il centro – equivalgono alla creazione del mondo. L’orientamento e la costruzione rituale dello spazio sacro posseggono un valore cosmogonico; infatti, il rituale mediante il quale l’uomo costruisce uno spazio sacro è efficace nella misura in cui riproduce l’opera degli dèi, cioè la cosmogonia”.  [M. ELIADE: Ocultismo, stregoneria e mode culturali -  pg. 37]

 

" Un cerchio e un centro: questa è l'intuizione che domina ai suoi inizi il pensiero teologico e scientifico dei Greci". [G. TAGLIAVIA: Inizio e cominciamento - pg.21]

 

"I concetti greci di essere e di verità sono paragonabili, secondo la similitudine di Parmenide, a una «sfera perfettamente rotonda», salda nel suo proprio centro".  [E. CASSIRER: Sulla logica delle scienze della cultura - pg. 5]

 

“Non dimentichiamo che per l'uomo primitivo, il sapere, la conoscenza erano - e sono rimasti - epifanie della «Potenza sacra». Chi vede e sa tutto, può ed è tutto. Talvolta simili Esseri supremi di origine uranica diventano fondamento dell'Universo, autori e dominatori dei ritmi cosmici, e tendono a coincidere sia col Principio, o sostanza metafisica dell'Universo, sia con la Legge, con quel che è eterno e universale nei fenomeni transitori, nel loro divenire. Legge che gli dèi stessi non possono abolire". [M. ELIADE: Trattato di storia delle religioni - pg.65]

 

"[Nell’Alchimia] l'esotico « centro » è sempre dato per perso o per lontano, si tratta di riconquistarlo, d'inventarlo, di farlo nascere; e soprattutto di riconoscerlo come confacente allo scopo prefìssato, allontanandosi, quanto più è possibile, dalle smagliature di un infìnito terrorizzante".    [S. ANDREANI: Alchimia: per una semiologia del sacro - pg. 23]

 

“Il centro è innanzi tutto il Principio, il Reale assoluto; il centro dei centri non può essere che Dio. Scrive Nicola Cusano: “I poli della sfera coincidono con il centro che è Dio. E’ circonferenza e centro, è dappertutto e in nessun luogo”.  [CHEVALIER - GHEERBRANT: Dizionario dei simboli - pg. 242]

 

Esiste una vasta letteratura sul simbolismo della polarità universale (oltre al Dio-Coniunctio-oppositorum del Cusano) che inclina a pensare al Cosmo (o alla Conoscenza che vi si rispecchia) come a una sfera bipolare nella quale i poli rappresentano la proiezione nell’immanenza del Principio centrale trascendente. L’idea platonica di un cosmo vivente, sferico e androgino è solo una delle innumerevoli varianti.

 

 

 

Carlo Pierini

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