Il Vangelo di
Maddalena
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I Vangeli scoperti a Nag Hammadi, ci mostrano un Gesù, molto diverso da come lo conosciamo, ma soprattutto ci fanno scoprire il ruolo di Maddalena a fianco del Cristo, primo fra tutti gli Apostoli
Nel corso dell’Ottocento e della prima parte del Novecento, la
letteratura cristiana e gnostica, s’arricchì di nuovi testi, che affiorarono
dalle sabbie di Ossirinco e
altri ancora a Nag Hammadi,
in Egitto. Il Vangelo di Maria (Maddalena) è uno di
questi testi del Cristianesimo primitivo, appartenente al complesso di opere indicate come Vangeli Gnostici.
Nel 1896, un egittologo tedesco di nome Carl
Reinhardt, acquistò, al mercato antiquario del Cairo,
un manoscritto proveniente forse da Achmin in Egitto,
che conteneva la più completa copia rimasta intatta del Vangelo di Maria. A causa di complesse vicende, lo studioso fece pubblicare
il papiro in questione solo nel 1955. Esso è noto come Papiro
di Berlino 8502.
Alla luce del ritrovamento del Vangelo di Maria,
l’immagine di Maddalena deve essere ricollocata in un contesto
storico che per secoli l’ha vista protagonista di un ritratto ignominioso e di
un marchio infamante di prostituta penitente.
La scoperta di tali fonti storiografiche, mette in dubbio la
struttura tradizionale della Chiesa secondo la quale Cristo trasmise i suoi
insegnamenti ai soli discepoli maschi che li trasmisero incontaminati ai
vescovi succeduti loro. Ricordiamo che la purezza di questa dottrina si fonda
sul credo del Concilio di Nicea (convocato nel 325 d.C. dall’imperatore
Costantino), e sull’interpretazione ortodossa del canone biblico. Considerando
che la dottrina cattolica pone le proprie radici su fonti storiche, è
indispensabile oggi attingere al passato e ampliare, a credenti e non, la
visione dei recenti testi, per redigere con obiettività una nuova relazione
sulle vicende.
Nel Vangelo di Maria, che non è completo,
Maddalena rappresenta l’apostolo prescelto cui vengono
impartiti insegnamenti esoterici.
Il testo descrive nella prima parte il dialogo tra Gesù risorto e i suoi discepoli, da cui trapela la loro
necessità di dissetarsi alla fonte del Maestro, che li sazia rispondendo ai
molti quesiti che essi gli pongono. Viene descritta
inoltre l’evoluzione che conduce alla liberazione dello spirito, grazie alla
Legge di giustizia e di redenzione offerta dalla reincarnazione, la quale consente di eguagliarci tutti in modo
imparziale.
La seconda parte si centra sulla rivelazione speciale svelata
soltanto a Maddalena, tramite la visione di Cristo, ed esamina la capacità di
“vedere” con
Il Vangelo inizia con la narrazione di un episodio in cui i
discepoli, riuniti, hanno visione del Cristo risorto. Viene precisato che
Myriam è accanto a Lui. Il Maestro è assorto in silenzio e Andrea, avvezzo
all’ascolto degli insegnamenti, si stupisce che Egli taccia e gli chiede
spiegazione. Gesù gli risponde con una domanda: «E
voi, non avete niente da dire a Me?».
Qui, rivela Uriel, è chiaro l’intento di
stimolare gli apostoli, che sono invitati a non attendere passivamente, ma ad
aprirsi alla richiesta, facendo fiorire l’umiltà, affinché chi ha necessità di
soddisfare la “sete”, si appresti lui ad avvicinarsi alla sorgente e non
viceversa. Egli allude alla più nota frase: “Chiedete e vi sarà dato” e cerca
di smuovere le anime verso la ricerca, responsabilizzando ognuno verso
l’osservazione di se stesso.
Simon Pietro denuncia i propri limiti e quelli dei compagni, poiché
malgrado ascoltino ogni giorno il verbo Celeste, non riescono ad entrare in
sintonia con il Maestro e il “loro cuore rimane arido”.
Uriel afferma che essi non si abbandonano, non si arrendono, non
giungono ad accedere alla pienezza della Parola. Prestano attenzione,
osservano, ma usano ancora la razionalità della mente, che offusca la Vera
Visione e non permette loro di sublimare il momento. Quando si usa un approccio
meccanico per comprendere Dio, non si giungerà mai alla Verità; si rimane
intrappolati nella quantità di informazioni ricevute, ma non si consegue la
Vera Trasformazione. Chi apprende ma non conosce, ha il “cuore sterile”. Il
sapere esige tempo, mentre la conoscenza è spontanea, immediata; si nutre solo
di grande fiducia.
Il Maestro ricorda che non necessita seguire le Sue orme, ma
occorre spostarsi all’interno delle Sue, perché la Verità, l’Unità, sono dentro
noi stessi, laddove potremo ritrovare la nostra essenza Divina che danza con
noi Eternamente. Quando la separazione tra noi e Dio scompare, noi diveniamo il
Tutto.
Uriel commenta che, durante il percorso compiuto dall’anima, ci
s’imbatte nella dualità, nel muro di separazione che ci divide da Lui, ma
quando il cuore si apre, l’isola scompare e l’anima diventa un continente che
viene ricondotto inesorabilmente alla sua origine unica.
Durante il viaggio simbolico, l’anima è sola, affrancata solo
dall’equilibrio che le consentirà di prendere coscienza del Sogno, inteso come
percezione della realtà visibile in quell’incarnazione.
Quando consapevolmente varcherà l’illusione dei mondi, comprenderà ciò che si
cela dietro al Karma individuale, trascendendolo. Quello che realizzerà sarà il frutto della
sua personale testimonianza, il risultato dell’esperienza di crescita
evolutiva.
Uriel ricorda che la ricerca di sé ci conduce a prendere visione
del Sogno degli universi concepito dal Gioco divino, che noi crediamo realtà.
Il nostro effluvio divino sceglie di elaborare il suo piano evolutivo e la
sofferenza può essere necessaria per sviluppare un aspetto di quell’esperienza. Dobbiamo comprendere che, immergendoci
nella densità della materia, operiamo affinché germogli il seme della
Liberazione. Gesù asserisce nel Vangelo di Maddalena:
«La Materia è un sorriso dell’Eterno».
A volte avanziamo, a volte retrocediamo, ma questi ripiegamenti non
costituiscono una caduta all’indietro; essi sono un ritorno di qualcosa che
deve essere accresciuto per perfezionare il grande Gioco cosmico. Questo
concetto apre la prospettiva di un’anima in progresso che, attraverso la
coscienza del proprio spirito, realizza, nelle varie esistenze, la metamorfosi
per ricongiungersi a Dio.
La vita è Eterna e semplicemente si trasforma, indossa nuovi abiti
per esplorare il tempo, lo spazio, l’universo.
Il Maestro spiega a Simone che la realtà è presente in Colui che ha
ideato il Gioco: la Realtà è Dio, il Tutto, la Sintesi suprema, oltre la quale
non esiste nulla. Quando la separazione tra noi e Lui scompare, la nostra
scintilla divina si fonde in Lui e noi diventiamo il Tutto.
Il discepolo non conosce la strada per raggiungere la Realtà e
l’Insegnante indica che, per arrivare a Dio, occorre distruggere tutto ciò che
crea frammentazione. Solo l’Amore e la Fiducia sono in grado di far aprire i
cuori alla Comprensione.
Uriel asserisce che l’esistenza è una storia d’Amore cui bisogna
affidarsi. In questo percorso, che si snoda nelle vite, dobbiamo assimilare il
concetto di interconnessione che ogni cosa creata ha con l’altra, tornando a
percepire quell’unione e quel rispetto che ci integra
al Tutto.
L’errore, il peccato, asserisce Cristo nel Vangelo di Maddalena,
non esiste; esso è il frutto della proiezione mentale umana che lo genera ogni
volta in cui si piega ai riflessi della propria realtà illusoria e
ingannatrice. L’inconsapevolezza è la sorgente dell’errore, ma il bene, dice il
Maestro, è insito nell’uomo, poiché è una scintilla divina e, alla fine del viaggio,
tutti torneremo alla “Radice Madre”, ricongiungendosi alla luce di Dio.
Il Maestro invita ad ascoltare il conflitto tra anima e mente e che
rende l’uomo malato. La sofferenza può essere benefica quando ci avverte che
imbocchiamo un cammino sbagliato. Essa ha lo scopo di ricondurci alla volontà
Divina. Egli ci sollecita a guardare i segni delle nostre azioni per
comprendere cosa ci allontana da noi stessi.
Uriel afferma che la materia imprigiona e crea le passioni che
sono contrarie all’essenza originaria e, se non vogliamo essere zingari ai
margini dell’Universo, abbiamo il dovere di liberarci dalle catene della
tribolazione. La materia è ingannevole e ci soggiogherà fino a quando
impareremo ad usare la Mente superiore: il Nuos.
Cristo, nel Vangelo, invita a cercare l’Armonia e incita a trarre
ispirazione dalla natura che contiene in sé una perfezione spontanea, la
saggezza del Creato. Non esiste mistero per chi è sensibile al Creato e sa
guardare con gli occhi del cuore. Può forse un albero non essere pronto a
rinnovarsi in primavera o non finire il suo ciclo in autunno? Nella sua stasi
vegetativa, si prepara al rinnovamento, alla rinascita, spontaneamente, in una
sua naturale saggezza. La natura continua ad elargire, a condividere,
schiudendosi in una danza che segue la fragranza delle stagioni, senza pensare
se ciò che compie è giusto o sbagliato. Semplicemente è.
Gesù, dice Uriel, invitava a non
imporre regole, dogmi, perché essi imprigionano, rendono schiavi. Il Maestro trasmette
“occhi per vedere”, non canoni, o rigide norme. Un modo di vedere il mondo che
conduce alla Conoscenza, meta finale del percorso di ricerca della vera
Libertà. L’appartenenza a qualcosa fa allontanare dalla ricerca del sé. Attraverso un’organizzazione, una struttura,
ci si dimentica la solitudine interiore e ci si sente avvolti da un senso
inebriante di sicurezza. Uriel dichiara che il
conforto annienta la ricerca; non stimola, non apre all’avventura. Fa riposare
l’essere, ma non concede di crescere, di progredire.
Il Maestro suggerisce qualcosa di più profondo che giunge alla
radice dell’Essere, garantendone l’espansione. L’esortazione che Lui porge non
si identifica nella costruzione dei templi, ma nei luoghi sacri nel Tempio del
Cuore, là, nell’abisso dell’Essere. Quando si raggiunge la Consapevolezza, si
acquisisce coscienza dell’estrema bellezza della solitudine e sboccia il
desiderio di relazionarsi all’Eterno che è dentro di noi. Questa Consapevolezza
è una propria realizzazione, non una regola imposta dall’esterno.
Nel Vangelo viene descritto il Maestro che, dopo aver parlato,
lascia i discepoli. Essi avvertono il vuoto, si sentono abbattuti e angustiati
per le loro sorti. Si interrogano sull’incarico affidato da Cristo per la
diffusione della Parola e sui rischi che quest’incombenza
comporta. Ricordano che Gesù non è stato risparmiato
per aver compiuto la Sua missione. Myriam allora li bacia e comunica che
l’Essenza di Cristo non li avrebbe abbandonati. Chiede al gruppo di onorare il
Signore, Colui che li ha preparati a questo grande compito, plasmandoli da
uomini ordinari, ad esseri speciali. Li rincuora. Lei appare piena di gioia,
mentre gli Apostoli piangono per la propria vita; non sono degli eroi. Si
invertono le parti... la donna che prima piangeva ora infonde coraggio: «non
piangete fratelli, non siate malinconici. La Sua grazia sarà con voi tutti e vi
proteggerà».
Ella viene invitata, come presenza iniziatica,
dagli apostoli a far loro da insegnante. Lei, la Beneamata, cui il Maestro ha
affidato le Parole frutto di un dialogo più intimo, non comprensibile agli
apostoli.
Maddalena presenta una rivelazione speciale, una visione che la
pone in una posizione privilegiata in confronto agli uomini. Lei sente il
Maestro parlarle dentro.
«Colei che non dimentica il suo centro quando Lui compare, lei che
non guarda ma vede e impara ad essere», così Cristo la presenta.
Nel Vangelo di Maddalena, l’Insegnante (Gesù)
continua e descrive l’importanza del Nous,2) (termine
greco che indica l’intelligenza, la Mente superiore), laddove risiede un
preziosissimo gioiello che, attraverso una Porta simbolica, dà accesso
all’interiorità. Oltrepassando quella Porta si accede alla sede della
Comprensione, della Conoscenza diretta.
Uriel sostiene che tutto è Verità in quel luogo; lì si respira il
“soffio” della creazione originaria, che ci riporta a Lui, ci ricongiunge
all’Uno da cui ci siamo distaccati, creando muri che pensiamo invalicabili.
Necessita guardare oltre quella Porta: «Colui che è impegnato a guardare i
propri occhi, non vede il suo occhio», dice il Maestro nel Vangelo.
Bisogna morire per rinascere e risvegliarsi, asserisce Uriel. Occorre lasciar cadere l’ego, rinunciare a se
stessi, arrendersi, capitolare per risorgere ad una nuova vita che distrugga le
barriere costruite, disgregando le maschere che noi percepiamo come la nostra
realtà. Crediamo reale ciò che è illusorio, perché camuffato nella densità
terrestre e solo quando l’apparenza cade, si può tornare a Casa, scoprendo la
Verità Divina.
Ecco il significato del gesto estremo che compie Cristo! Lui muore
in croce per noi, per mostrarci la via che conduce a Dio. È dovuto morire, ha
dovuto sacrificarsi per far risorgere la nuova Entità Divina. Finché non si
muore a se stessi non esiste possibilità di resurrezione all’uomo nuovo. Lui ci
fa da garante, ci esorta a lasciarci andare in Lui, ci offre l’opportunità
della grazia con Amore. Nelle Sue mani possiamo morire alla vecchia identità
per sbocciare al Regno di Dio, il Cristo interiore.
«La sua porta è un sorriso, fra la realtà e l’Uno», si cita nel
Vangelo. Attraverso la visione con la Mente superiore l’essenza dell’uomo può
contemplare l’Interezza di Dio, che ha generato la separazione per Amore,
afferma Uriel.
Myriam chiede a Gesù le indicazioni per
oltrepassare quella soglia e Lui risponde che occorre prendere consapevolezza
di aver dimenticato tra una vita e l’altra, bisogna comprendere che l’oblio ci
offusca la visione, ma che guardando con gli Occhi del cuore, dell’Amore, il
velo si può rialzare e la Verità può riapparire sgombra da qualsiasi nube.
Il concetto della presenza della divinità dentro noi stessi, del
Cristo interiore, è il fulcro dell’insegnamento di questo Vangelo. Da ogni riga
trapela la fusione dell’uomo con il Tutto che Cristo ha incarnato con il Suo
sublime esempio.
Myriam, nel Vangelo, continua annunciando che la Parola da lei
proferita, potrà comprenderla solo chi si è dissetato alla Fonte, chi si è
risvegliato abbandonando la presunzione, l’irrigidimento mentale: vere cause,
queste, dell’arresto nel cambiamento.
Maddalena, che in questo Vangelo veste i panni dell’androginia ideale, si alza il velo sugli occhi ogni volta
che parla, in una forma di riservatezza e d’umiltà che fa emergere la sua vera
nobiltà. Lei ha ricevuto un’eredità. Uriel dice che
le sono stati trasmessi Occhi per vedere il mondo ed essere dentro il mondo.
Una Conoscenza che qui non è verbale, non è sapere. È Visione sublime.
Tuttavia Pietro è dubbioso, non abbandona le resistenze verso il
sesso che lei rappresenta. Teme, è geloso, invidioso, umano.
Maddalena continua, sollecitata dagli altri discepoli.
L’esigenza di evolvere, asserisce Maddalena nel Vangelo, deve
includere disciplina e volontà per addentrarsi negli universi che l’anima
propone per risalire. Colui che non ha volontà, chi si dimostra debole, non può
nemmeno avvicinarsi alla Porta della consapevolezza. L’illusione simula le
necessità nella vita ma, se il cuore rimane stagnante e preda delle debolezze,
non c’è «acqua che possa dissetare». Occorre autodisciplina, fermezza di
intenti, insegna Maddalena.
Uriel commenta che dormendo non si impara. Si riposa. Solo
l’apprendimento nasconde la vita e conduce ad un viaggio sconfinato, poiché
l’infinito è l’Eterno. Tutto è in movimento, fluisce in assenza di staticità,
vibra, respira nel battito vitale.
In questo viaggio l’anima incontra ostacoli che paralizzano
l’evoluzione, irrigidendo l’individualità.
L’orgoglio, la collera, la menzogna, l’invidia, la gelosia, il
desiderio, le passioni, imprigionano l’anima, che rimane avvinghiata nelle
tenebre. L’ignoranza fa da corollario ad un apparato scenico che offre ancora
separazione, sofferenza, dualità.
Suggestiva è questa parte che, nel Vangelo, annuncia finalmente la
resa dell’anima: «In questi mondi la collera chiede all’anima: qual è la tua
origine tu che hai imparato ad uccidere? Qual è il tuo scopo tu che ti sposti
solo errando? E l’anima risponde: tutto ciò che velava l’orizzonte con la
separazione è evaporato, perché ho voluto guardare, così la bramosia è andata
via, sono uscita dal cerchio dell’ignoranza e l’orgoglio si è esaurito».
Uscendo dalla scena per entrare in un altro scenario, un’immagine
si è dissolta per essere sostituita da un’altra, più pura e Una. Uriel dice che è la via della pace, laddove il tempo si
ferma nell’eternità, là dove l’anima ha raggiunto la Sintesi suprema.
Andrea e Pietro, infine, dichiarano il proprio dissenso ai
fratelli. Essi non possono credere che Gesù abbia
occultato tali verità a loro, prediligendo una donna. Non riescono a cogliere
ciò che lei comunica con il cuore, perché il sentimento che li anima lo
impedisce e si limitano alla critica analitica, in preda ai loro giochi
mentali.
Myriam, nel Vangelo, piange di fronte all’incredulità degli
Apostoli; ancora una volta il suo cuore si apre con umiltà: «Pietro, fratello
mio, a cosa pensi? Pensi forse che io abbia immaginato tutto questo nel mio
cuore? Che io stia mentendo riguardo al Salvatore?».
Tra le righe viene narrata la capacità interiore di Maddalena di
percepire i Misteri cui gli Apostoli non riescono ad accedere. Lei si accosta
direttamente ai tesori della Coscienza del Maestro. Manca invece nei discepoli
qualcosa che impedisce la vera capacità di valutazione. Uriel
dice che essi comprendono ma non conoscono; utilizzano gli strumenti maschili
del raziocinio, usando l’analisi concettuale e mentale ma non riescono ad
accedere alla completezza della Parola del Cristo. Si limitano ad osservare ma
non si abbandonano, non colgono con la fede del cuore che sempre ha
contraddistinto l’essenza di Myriam.
Il Vangelo termina con la difesa di Matteo nei confronti di
Maddalena, il quale fa emergere la predilezione e l’affetto che il Maestro
prova nei suoi confronti. Matteo smorza i conflitti e il giudizio misogino per
far emergere le questioni del cuore e, rivolgendosi a Pietro, gli chiede: «Chi
sei tu per respingerla?». Esorta poi i fratelli ad abbandonare le debolezze,
diventando veri uomini per trasmettere la Parola di Cristo, ma avverte anche
che nella loro anima non deve esserci altra regola se non quella di cui Cristo
è stato testimone vivente.
Importante precisazione, questa, che si riferisce al chiaro
intendimento di non richiedere nessuna fondazione di Chiese esteriori, ma solo l’edificazione
della Chiesa interiore.
Le pagine mancanti a questo Vangelo, mi rivela Uriel,
chiariscono meglio la richiesta del Maestro, il quale pone particolare
attenzione alle trappole dei dogmi, ammonendo coloro che vogliono
strumentalizzare gli insegnamenti per farne regole, allo scopo di esercitare
potere sui popoli. Cristo, in questo Vangelo, ci ricorda che non esiste il
peccato e se l’errore non sussiste, scompare anche la necessità del pentimento
proposto dalla religione dogmatica.
Tutte le Chiese, asserisce Uriel, si
pongono come tramiti della nostra redenzione, poiché si rapportano direttamente
con Dio, che è presentato come Entità esterna a noi. Si poggiano sui nostri
sensi di colpa e ci offrono, attraverso le regole, il modo migliore per diventare
moralmente retti.
Ma se il peccato è solo una proiezione mentale umana che si piega
ai riflessi di una realtà ingannatrice, dice Uriel,
noi soli siamo i veri responsabili del nostro cammino e nessuna regola ci deve
persuadere a guardare fuori di noi.
Cristo è già in noi e non va cercato altrove, asserisce
l’Arcangelo, se non nel nostro Regno interiore in cui lo troveremo sempre
pronto ad accoglierci.
Proprio come inizia con il silenzio di Cristo, il Vangelo si
conclude con un silenzio, denso di significati…
(tratto dal libro “Maddalena: l’altra metà di Cristo” di A. M.
Bona, ed. Melchisedek)
Per vedere l’anteprima del libro clicca
qui sotto:
Maddalena: l'altra metà di Cristo
Anna Maria Bona
Anna Maria
Bona coltiva da anni interessi nel campo delle filosofie orientali, della
spiritualità, della meditazione e della medicina alternativa. Vive in Toscana,
nel proprio bed & breakfast olistico
“Villa delle Rose”, in cui tiene seminari suoi e di altri operatori che hanno
in comune la volontà di stimolare il risveglio della consapevolezza umana e la
sensibilizzazione delle coscienze.
Per contatti: www.associazione-omsairam.it ; bona_anna@libero.it