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IL DNA DELLA VITA NEI NUMERI DI FIBONACCI. LA GALLERIA SCOMPARSA DEI SEGUACI (a cura di Gaetano Barbella) |
«...La galleria scomparve. Non s'accorse di perderla.
Sulla scena del mondo stava con molti attori come lui, nella grande
Luce del giorno.
Lontana si profilava un alta montagna azzurra e dalla sua vetta una
voce disse:
"Vieni, sali sulla vetta a impararvi l'invocazione del
Salvatore"...
Quale migliore espressione dell'arte ad opera della matematica, se non l'uomo stesso? Si comincia sempre col partecipare al gioco della vita, ma dove i congeniali spiragli?
Quelli che i nostri amici e più in là i "professori" dei media in cattedra ci suggeriscono razionalmente? Vi si deve proprio credere?
In realtà tutto è illusione, ma per mantenerci a galla c'è bisogno di procedere in questo modo. Ma perché?
Per la semplice ragione che il punto focale, inconcepibilmente stretto (il «pertugio» infero dantesco), uno per ogni attimo della vita che fugge via, ove tutto deve passare "morendo", ma invertendosi, ha bisogno nei limiti della possibilità che ogni cosa che in transito (impropriamente perché una spinge l'altra freneticamente) sia "dimensionalmente" prossimo all'equità. Altrimenti subentrano forzature, non potendosi modificare l'orifizio: di qui gioie e dolori.
Ecco che si fa strada la matematica del Dna dei numeri di Fibonacci, con i rispettivi rapporti, che devono essere sempre più grandi per approssimarsi alla sezione aurea, il top che meglio non si può.
Tutto potrebbe risultare anche tollerabile se non fosse per il fatto che sorge una questione, quasi un dilemma.
Si viene a scoprire che il problema della sezione aurea non si esaurisce a ciò che tutti sanno attraverso la nota formuletta phi = 2/(1+v5). E sapete chi è la guastafeste, altrimenti tutto passerebbe senza tante tragedie?
La signora Trigonometria!
Phi in questione, in trigonometria, corrisponde ad una funzione ben precisa, il seno di un angolo, ovviamente anche lui aureo, e non c'è lui senza altri tre, il coseno, la tangente e cotangente.
Nel caso in discussione interessano il coseno e la tangente che, con nostra meraviglia, risultano perfettamente uguali fra loro.
Che ne dite non è portentoso?
Ecco quindi i due del dilemma suddetto che essendo uguali fra loro non possono evitare di passare uno accanto all'altro.
Ma le gioie e dolori del supposto passaggio infero (l'argomentato «pertugio» dantesco) non sono imputabili a questi due che, grazie a Dio (ricordate «i due Testimoni vestiti di sacco» apocalittici?), sono disposti a non avere massa e carica elettrica, simili nell'insieme ad un immaginario neutrino, parafrasando la cosa in termini di fisica nucleare.
Ma qui ora si tratta anche di mantenere perenne il corso della vita, altrimenti i "due" (senza lode ne infamia), se da un lato sono per la pace in modo assoluto, una sorta di Nirvana, dall'altro sono fonte di annichilimento assoluto e l'orologio della vita non può che fermarsi.
Paradossalmente si scopre, a questo punto che la vita, grazie ad un miserevole guadagno prometeico sulla inesorabile morte, è nelle mani, sapete di chi?
Nei vicinissimi paraggi dell'equo phi, 0,61803 e tanti gnomi (in realtà l'alchemico Re-bis), c'è il superbo per antonomasia che non si lega a nessuno, 0,61766, anche lui con i sui gnomi, però infidi che rivelano sempre attraverso la signora Trigonometria (sen arctg 1/4 pi greco = 0,61766...).
Avete capito che si tratta di quelli della razza di pi greco, i luciferi della "perfetta circolarità" indisposti a cedere e per questo nel passaggio fatale si ingenerano gorghi mortali (le mitiche «gorgoni» non sono delle fantasie!): di qui non solo la comune morte ma anche quella della coscienza che non si conserva perché va in frantumi.
Questi frantumi, però, sono preziosi perché si aggregano ai "due gemelli" argomentati e passano il varco ed è così che si propongono nuove concezioni nel genere umano, nuove civiltà e la vita progredisce (Ulisse e compagni camuffati da pecore che si beffano di Polifemo, di omerica memoria).
È comprensibile, a questo punto, che tutto ciò porta a far affievolire la memoria del passato («...Un punto solo m'è maggior letargo...»: Par. XXXIII, 96 di Dante) altrimenti sarebbe lacerante convivere con i vecchi ricordi, fra passioni e mortificazioni ridotti in frantumi, che solo per «via Naiade» (per via "sotterranea":l'incoscienza), come suggerisce il sommo Poeta, è possibile.
...Il seguace,
divenuto una guida, tese ogni energia per quel Grande Compito.
E ancora prosegue…».
Da «Il seguace» di
Giuseppe Bufalo
Gaetano Barbella