![]()
|
L’ARABA FENICE di Mario Madia |
L'Araba Fenice è una delle creature più conosciute di tutti i tempi. E' l'uccello sacro del fuoco e secondo la tradizione è originario dell'Arabia. Vive più di cinquecento anni e quando si accorge di stare per morire prepara una pira funeraria con dei rami di erbe aromatiche fra cui la Mirra e al tramonto, rivolta verso il sole calante con le ali aperte, da fuoco alla pira, lasciandosi consumare dalle fiamme. Ma nove giorni dopo l'uccello risorge dalle sue stesse ceneri. In araldica è emblema di longevità, di fama imperitura, nome senza macchia e resurrezione. Sullo scudo viene rappresentata, genericamente, di profilo sopra un rogo chiamato immortalità che non si blasona se è dello stesso colore della fenice.
La sua origine è oscura sappiamo che il suo culto era vivo ai tempi degli Egiziani e degli Assiri, In seguito, molti scrittori dell'età classica, come Ovidio, e molti storici e naturalisti latini e greci, come Erodoto e Plinio, hanno sottolineato la singolare capacità della fenice di risorgere dalle sue ceneri. In particolare, una descrizione molto suggestiva la ritroviamo nelle "Metamorfosi" di Ovidio:
"... ma vi è un unico uccello, che si rinnova e da sé si rigenera: gli Assiri lo chiamano Fenice; non di frumento né di erbe, bensì vive di lagrime di incenso e di stille di amomo. Quand'esso ha compiuto cinque secoli di vita, con le unghie e con il puro rostro si costruisce un nido fra i rami di un leccio o nella sommità di una flessibile palma. E non appena qui vi ha cosparso spighe di delicato nardo e trito cinnamomo e fulva mirra, sopra vi si adagia e fra gli aromi conclude il suo tempo. Ma da qui, come si tramanda, dal corpo paterno nuovamente nasce una piccola Fenice, destinata a vivere altrettanti anni" .
La Fenice Egizia:
Bello come un fuoco imperituro, il sacro uccello Fenice si presenta come un aquila vigorosa il cui purpureo e dorato manto del corpo e delle ali lasciano il posto ai riflessi lucenti della coda e alle due piume ritte in capo,l'una azzurro tenue l'altra rosa.
La Fenice è un animale immortale, che circa ogni 500 anni si rinnova, ardendo in un aromatico fuoco ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, per poi risorgere in un pulcino che dopo tre giorni troverà il vigore dell'uccello adulto e cantando con il suo canto arcano e sovrannaturale spiccherà il volo verso i limpidi cieli del mondo o secondo la leggenda verso l'albero sacro di Heliopolis, la città del sole a lei sacra.
La leggenda dell'araba Fenice ha inizio in Egitto, dove con il nome di BENU ("risplendere,sorgere o volare"), si presenta come mistico emblema del dio Ra e in alcuni miti come sua forma fisica nel mondo.BENU era molto simile all'odierna concezione dell'animale adulto, incoronato però con l'Atef (corona dell' Alto Egitto con due piume di struzzo) o con il disco solare. Spesso "scambiato" con altri animali in parte ad esso simili da molti popoli dell'antichità ( il fagiano per i Romani o l'Ibis per gli Ebrei ad esempio), solo gli antichi Egizi avevano l'abitudine di "rappresentare" e non identificare la Fenice con l'airone cinereo nei riti di Heliopolis, il cui passaggio era segno di buon auspicio.
Sempre nell'antico Egitto ha origine la leggendaria immortalità della Fenice, spiegata qui come in un dono del risorto Osiride al BENU, a cui svela il segreto della risurrezione , e ad Osiride oltre a Ra è anticamente legata qui come simbolo del rinnovamento spirituale e della rinascita e soprattutto come forza vitale che sia per prima nata nel caos originale prima dell'opera del Dio Ptah, nascendo dal sacro fuoco di Heliopolis, unica e insostituibile, "sempre eadem". Di Fenici se ne parla anche se con diverse rielaborazioni del mito nel Fisiologo ( che ne evidenzia l'amore per gli aromi spesso sacri e indispensabili al suo rito di rinnovazione) o negli scritti di Erodoto («Un altro uccello sacro era la Fenice.
Non l'ho mai vista coi miei occhi, se non in un dipinto, poichè è molto rara e visita questo paese (così dicono ad Heliopolis) soltanto a intervalli di 500 anni: accompagnata da un volo di tortore, giunge dall'Arabia in occasione della morte del suo genitore, portando con sè i resti del corpo del padre imbalsamati in un uovo di mirra, per depositarlo sull'altare del dio del Sole e bruciarli. Parte del suo piumaggio è color oro brillante, e parte rosso-regale (il cremisi: un rosso acceso). E per forma e dimensioni assomiglia più o meno ad un'aquila.»), o ancora con Ovidio nelle Metamorphoses.
La fenice, che non compare nel Bestiario d'amore, è presente sia nel Fisiologo greco che nel. Bestiario Latino vi si dice che la fenice, vivendo oltre cinquecento anni, quando si vede invecchiata, raccolti dei rami odorosi, si profuma le ali con diversi aromi (come il nostro Salvatore, che scendendo dal cielo, riempì le sue ali dei dolcissimi odori del Nuovo e dell'Antico Testamento), costruisce un rogo e, volta alla luce del sole, con grande battito d'ali, si procura un incendio volontario, e così di nuovo risorge dalle sue ceneri. Così è l'uomo, che muore nel corpo per rivivere nell'anima oltre la morte.
Il canto della fenice, del resto, potrebbe essere riferito di riflesso anche all'anima che, illuminata dalla luce della Sapienza, proclama la vera dottrina: tanto più che, poco più avanti, nel capitolo dedicato al cigno è detto che l'anima desiderosa di conquistare questa Donna "canta, nella morte, inamorata / andando al suo Fattor così beata". La fenice di Cecco d'Ascoli rinnova dunque, a distanza di secoli, quella del trattato II, 5 di Nag `Hammâdi, che "prima appare viva, poi muore, e risorge nuovamente, essendo essa un segno per colui che si manifesterà al termine dell'eone": simbolo dello gnostico che, grazie al battesimo spirituale, ritorna alla sua patria celeste dopo aver patito l'esilio nel mondo inferiore. E gli ardui versi dell'Acerba si illuminano di un cupo bagliore se si pensa che, per non aver rinunciato a dissipare l'ignoranza cantando "delle giuste note", il poeta ascolano - tragica fenice - finì arso sul rogo.
Lo stesso complesso di idee esoteriche si ritrova nel mito del misterioso uccello Simurgh - la fenice persiana - descritto nell'epopea mistica islamica, in particolare nelle opere di 'Attâr et di Sohravardî. Nell'Arcangelo purpureo, Sohravardî narra che la Simurgh ha il suo nido in cima all'albero solare Tûbâ, che sorge sulla montagna Qâf e rappresenta il centro del Malakût o "paradiso" cui l'anima fa ritorno dopo essere evasa dalla prigionia terrestre: ogni volta che una di esse scompare sulla terra, dove si dirige per assicurare la sussistenza della vegetazione, una nuova Simurgh spicca il volo dall'albero Tûbâ. In un altro trattato, l'Incantesimo di Simurgh, Sohravardî riferisce che ogni upupa, in primavera, abbandona il suo nido e vola verso la montagna Qâf: qui, dopo essersi spogliata con il proprio becco delle vecchie piume, diventa una Simurgh, che porta un piumaggio multicolore, si nutre di fuoco e, modulando un suono meraviglioso dal quale derivano tutte le conoscenze, risveglia dal sonno i dormienti.
Ma il racconto più straordinario è certamente quello che conclude Il verbo degli uccelli di 'Attâr, riassunto anche da Borges nel Manuale di zoologia fantastica. Vi si narra come la schiera degli uccelli intraprenda un lungo e penoso viaggio alla ricerca della Simurgh; dopo molti anni di vagabondaggio per valli e per montagne, solo pochissimi - trenta - sopravvivono, con corpi e anime distrutti, e incontrano un araldo che li invita a tornare a casa per non rimanere incendiati dal lampo
che balena dalla sublime creatura. Ma i trenta superstiti, poiché già dentro di loro divampa l'incendio, non desistono e riescono infine a contemplare Simurgh, annientandosi e rinnovandosi completamente nella sua visione: "Nell'immagine del volto di Simurgh contemplarono il mondo, e dal mondo videro emergere il volto di Simurgh. Osservando più attentamente si accorsero che i trenta uccelli altri non erano che Simurgh, e che Simurgh era i trenta uccelli: infatti, volgendo nuovamente lo sguardo verso Simurgh, videro i trenta uccelli, e guardando ancora se stessi rividero lui. O meraviglia, questo era quello e quello era questo".
È evidente come, in tutti questi testi, la Simurgh rappresenti il doppio divino di ogni essere umano, unico e pur diverso per ciascuno, che come in uno specchio abbagliante e incendiario vi contempla la propria vera identità.
Mario Madia