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Spirito e Materia, equazione inscindibile del pensiero druidico |
Nell’epoca della New Age, dell’assimilazione di dottrine orientali a quelle occidentali, del profilarsi di un nuovo orizzonte in cui forze razionali ed irrazionali coesistono nutrendosi reciprocamente, parlare ancora di una distinzione tra Spirito e Materia è ridicolo.
Tanto il fideismo incondizionato dello Spiritualismo puro che magnifica la sovranità dello Spirito sulla Materia, quanto lo scetticismo del Materialismo che desume lo Spirito dalla Materia, appaiono oggi mistificazioni senza più alcun senso. Altrettanto vale per la concezione omologante e talvolta discriminante secondo cui esistono un’unica Verità e un’unica forma di conoscenza che si arrogano il diritto di potestà suprema.
Sarebbe piuttosto auspicabile credere in un principio di eterogeneità di credi, razze, religioni e "Verità" non più assolute, ma relative l’una all’altra. Sotto questa nuova luce il mondo del postmoderno, se da un lato spinge l’acceleratore del progresso, dall’altro rivaluta antiche civiltà e antichi saperi derivandone un incrocio di principi e credi che gettano luce sui problemi esistenziali, sempre più urgenti in un’epoca caratterizzata dallo smarrimento interiore dell’individuo.
Religioni pagane emergenti, come la Wicca, hanno riportato in auge una delle più affascinanti forme di saggezza antica quale quella dei Druidi e il suo principio fondante secondo cui lo Spirito è Materia e la Materia è Spirito. Non esiste Materia senza Spirito, così come non esiste Spirito senza Materia. La tradizionale dualità del mondo occidentale appare un mero risultato della relatività del mondo. Uno Spirito che non conosce la sua materia non "cogita", e quindi non esiste.
Diversamente il Druidismo credeva che Spirito e Materia discendessero entrambi, come "corpo unico", da un Tutto superiore: il Divino, l’Essere totale. Questa religione riservava enorme importanza all’azione, intesa come energia pura, scaturigine del concetto di "responsabilità". Nella concezione druidica ogni essere, nella sua totalità di Materia e Spirito, è responsabile delle sue stesse azioni nel corso della vita e dei tempi. Ogni azione è causa di una successiva, ma al contempo effetto di una precedente. Ogni trasgressione, errore e debolezza altro non sono che ostacoli all’evoluzione dell’anima. Questo vale nella dimensione quotidiana, come in quella morale e mistica. Ogni vita non è che l’effetto di un’esistenza pregressa coi suoi vuoti da colmare e con il proprio karma da consumare.
Di grande importanza si pone il principio di responsabilità che, ovviamente, sottende in modo inequivocabile quello di libertà. I Druidi affermavano infatti che non esiste libertà senza responsabilità. Se ognuno di noi è responsabile delle sue azioni, sarà altrettanto libero di agire come crede ma anche di controbilanciare in un futuro i suoi misfatti. La responsabilità dell’azione individuale presuppone una conoscenza dei propri limiti umani e delle proprie potenzialità di miglioramento.
Essendo tutti una scintilla del Divino, siamo tutti legati ad Esso e tra di noi. Questo significa che ogni responsabilità individuale abita la trama di responsabilità collettive, e che ogni libertà individuale abita l’ingranaggio della libertà collettiva. Allo stesso modo il Divino non appare più un’entità a sé stante, feticcio di una società a lui succube. La fede incontrastata, costituita da accondiscendenza acritica e fondante su dogmi oscuri, si scioglie alla luce di un nuovo Sole. Un Dio che non ci comanda, ma che ci appartiene, che non viene asservito, ma completato.
Nella tradizione druida queste considerazioni non richiedevano la rinuncia alla Materia. Essere Druido significava essere consapevoli del proprio corpo e curarlo come involucro complementare all’anima. I Druidi non erano dei "disincarnati", come San Paolo o Sant' Agostino. Per loro la partecipazione attiva al mondo pragmatico era di fondamentale importanza. L’evoluzione individuale, parallela a quella universale, si compiva con l’usus del corpo e dell’anima. Essere un eroe significava essere forte, sano ed efficiente, oltre che intelligente, scaltro e saggio. I Druidi non avevano bisogno di alcuna forma di ascetismo cristiano, essi non negavano né rifiutavano il corpo. D’altronde, se pensiamo a San Paolo e a Sant' Agostino, ci accorgiamo di come la loro scelta di ascesi fu conseguente a una vita di dissipazioni e piaceri. Potremmo azzardare che, in tali condizioni, la rinuncia fosse più facilmente perseguibile.
Ovviamente queste considerazioni non eludono ogni forma di pericolo e di "male". Le forze oscure entrano sempre in gioco per ostacolare il cammino dell’uomo. Pensiamo alla tradizione iraniana dove il Principe della Luce Ahura-Mazda combatte impavidamente contro il Principe dell’Oscurità Arhiman, dando luogo a un’immagine dinamica del rapporto bene-male.
Tale dicotomia nel pensiero druidico non esisteva poiché di ogni cosa essi vedevano il duplice volto, risolvendo i propri contrasti interiori attraverso una presa di coscienza della Totalità. Nella cultura druida il problema dell’imperfezione non aveva spazio; le forze del male erano mera proiezione delle paure e dell’irresolutezza umana. Di fronte a realtà definite "superiori" non tutti e non sempre sono in grado di agire in modo responsabile; di qui il Male metafisico, ben diverso da quello morale.
Ciò che forse oggi potremmo imparare dai Druidi è che se ognuno conoscesse a fondo sé stesso, accettando le proprie dicotomie interiori e scegliendo una strada di responsabilità piuttosto che di superficialità, il mondo non sarebbe più minacciato.
Ma tuttora il pensiero umano è forma di energia imperfetta e non completa, il suo potere autentico è ancora in parte sconosciuto e il reale troppo spesso rappresenta una barriera invalicabile.
Che la "scienza" - intesa come scibile - del futuro sia finalizzata alla realizzazione della totalità tanto auspicata dai Druidi? A veder gli sviluppi della storia umana, a mio parere, sembrerebbe proprio di sì.
Paola Mastrorilli