Il rosone di
Collemaggio
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La poco conosciuta storia di Federico II e papa Celestino V, che
hanno voluto
Credo doveroso, prima di iniziare nella mia disamina, descrivere il
luogo e l’epoca teatro del mio sentire e quindi dei miei studi.
Come prima accennato, vivo all’Aquila, ma vedo questa città con
occhi particolari, come se la sua storia, quella secondo me vera, sia ferma e
immersa in un bozzolo temporale ormai maturo. A distanza di centinaia di anni,
mi piacerebbe condividere delle risposte uniche e forse ancora intollerabili
per la nostra epoca, ma soprattutto per la nostra scienza.
In un arco di tempo compreso fra il 1200 ed il 1300, la città
dell’Aquila viene concepita ed eretta attraverso gioielli architettonici
culminanti nella Basilica di Collemaggio a cui vengono aggiunti altri esempi
illustri di costruzioni Cistercensi come le 99 Cannelle. Strade, case, siti
sacri, tutto viene ideato secondo un progetto unico, carico di “Conoscenze
impossibili” che rendono questa città fin dall’inizio, un faro del sapere, la
cui luce era stata “voluta” per offuscare il malefico connubio di potere
temporale-spirituale della Santa Chiesa Romana di allora.
L’Aquila, insomma, nacque in aperta sfida a Roma; sfida che quasi
la vide primeggiare, voluta e concepita da un personaggio essenziale per la
storia aquilana e non solo, Federico II di Svevia. A lui bisogna aggiungere la
figura, tutta da rivedere a livello storico, dell’unico Papa diventato tale non
nella culla pontificia romana, ma nella sua Basilica, all’Aquila: Celestino V,
passato alla storia in modo riduttivo ed arbitrario come il Papa dantesco del
“Gran Rifiuto”.
Ebbene, questi due personaggi, anche se non proprio
contemporaneamente, sono i maggiori fautori di un sogno diventato realtà più di
settecento anni fa, un sogno che voleva attraverso un sapere tuttora
impossibile, creare un luogo raro, custode di conoscenze uniche. Conoscenze
tutelari di un futuro umano finalmente diverso, indipendente, avulso da ogni
finto legame politico o religioso dove ognuno, attraverso il giusto cammino
iniziatici, poteva diventare Re e Sacerdote di sé stesso.
Quel volere regale e quel progetto papale conoscitivo-spirituale
trasformato in pietra alcune centinaia di anni fa, ora preme, anche se
dimenticato da tempo, e spinge alcuni di noi che vivono in questa città
affinché finalmente il mondo sappia e ritorni in possesso di verità e leggi
completamente estranee al nostro sapere e sentire odierno; forse è giunta l’ora
che il lascito di Federico II e Celestino V sia svelato all’uomo di oggi che si
trova ad affrontare sfide per le quali è ancora impreparato.
Federico II di Svevia
Per le città d’Europa il legame storico che hanno con Federico II è
motivo di vanto ed orgoglio tale da attribuirgli l’appellativo di “Stupor
Mundi”, ma ciò non avviene per l’Aquila. Le autorità, sia politiche che
religiose, hanno dedicato la fondazione dell’Aquila, avvenuta ufficialmente nel
1254, al nipote di Federico II, Corrado IV, come se ciò fosse sufficiente a
cancellare la sua volontà e la sua storia dalla nostra città. Ma la città
vecchia mirabilmente, o è meglio dire miracolosamente conservata nella sua
struttura, come nei suoi gioielli medioevali di architettura sacra, testimonia
tuttora con la pietra la verità, sulla vera paternità progettuale dell’Aquila,
dove tutto è stato concepito affinché il simbolismo dell’otto o meglio la legge
e la scienza delle Tre Ottave, trovasse la giusta sede.
Illuminato portatore, in quel periodo, delle “conoscenze” di cui
parlerò, era Federico II (Iesi 1192 - Castel Fiorentino1250), il quale con
Castel del Monte, diede dimostrazione del suo sapere “impossibile”, incentrato
sul simbolo dell’Infinito.
La sua storia lo vede già protagonista a vent’anni, alla morte del
suo tutore, papa Innocenzo III, età in cui cominciò a svolgere la sua politica
personale, dominata da una larga concezione della vita e della cultura, con
particolare interesse per le osservazioni e le esperienze naturali, e una
libertà di costumi inconcepibile per la mentalità medioevale.
In questi iniziali anni di calma politico-militare Federico si
dedicò al riordino del Regno di Sicilia in cui fondò la città di Augusta e
l’Aquila. Egli dimostrò fin dall’inizio un grande interesse per le scienze,
l’osservazione della natura, e per tutti i campi dello scibile umano, tanto che
si contorniò di uomini come l’astrologo Michele Scoto o il matematico Leonardo
Fibonacci, padre della famosa sequenza numerico-matematica.
Egli amò le scienze e la poesia, convinto che senza di esse la vita
non avrebbe avuto senso. Ma le sue lunghe lotte papali lo identificarono con
l’Anticristo di quel periodo, anche se è storicamente dimostrato come egli fu
capace di attrarre nei suoi territori, alleati spirituali come i monaci
Cistercensi, portatori di un sapere piuttosto unico, come le cronache
costruttive di tutta Europa dimostrarono. Furono proprio i Cistercensi,
fortemente spalleggiati da Federico, a penetrare maggiormente nelle terre
abruzzesi creando gioielli unici di architettura sacra.
Tornando ai dissapori papali, Gregorio IX, successore di papa
Onorio III, spinse, nel tentativo nemmeno tanto velato di disfarsi di lui,
Federico e le sue milizie a testimoniare la sua fede nei confronti di Dio,
partecipando ad una crociata in Terra Santa; invito che Federico prontamente
raccolse con solenne impegno. Destino volle che la sua armata, presso il porto
di Brindisi, fosse colta da un’epidemia che non risparmiò nemmeno l’Imperatore.
Gregorio IX colse l’occasione per interpretare la sua mancata partenza come una
grave inadempienza, quindi il 28 settembre1227 inviò a Federico II una lettera
di scomunica.
Il Papa vedeva in lui un grave pericolo temporale, in quanto le sue
terre a Nord e a Sud dei possedimenti papali, rappresentavano una sorta di
tenaglia regale che incombeva sulla Chiesa. Federico non si perse d’animo e
scomparsa l’epidemia si imbarcò per
Al suo ritorno in Italia, trovò per primi sbigottiti i Brindisini i
quali, come tutti i suoi sudditi, erano stati informati in modo menzognero,
dalle autorità ecclesiastiche, della sua morte in Terra Santa; informazione che
creò gravi problemi di ordine pubblico nei suoi regni. Federico soffocò nel
sangue ogni ribellione portando il suo potere militare a ridosso del territorio
ecclesiastico, ed esercitò una tale pressione su Roma che il Papa stesso, per
sfuggire ad una sommossa finì fuggiasco in Umbria. Ma fu l’inverno tra il 1229
e il 1230, con la sua alluvione, a mettere Roma e
Nacque l’Aquila, la regina delle montagne, sapiente custode della
vera storia dell’uomo e del suo sapere impossibile. Nonostante una vita
costellata da continue crisi sempre meno gestibili fra il suo potere e quello
papale, egli nel momento del trapasso volle indossare come suo ultimo abito,
quello dei monaci Cistercensi a testimonianza della sua grande spiritualità mai
domata dai legacci papali.
Pietro da Morrone, Celestino
V
Pietro da Morrone (1209 circa - 1296), originario del Molise, iniziò
la sua vita religiosa nel Monastero Benedettino di S. Maria in Faifoli, presso
Montagnano (Campobasso).
Nel 1231 decise di farsi eremita e dopo aver ottenuto l’assenso del
Papa, si ritirò nel 1235 presso il monte Morrone, nelle vicinanze di Sulmona
(Aq), dove il futuro papa Celestino V rimase per 5 anni.
La santità della sua vita attirava però così tanti fedeli da
costringere Pietro a trasferirsi in un luogo più ameno e poco accessibile, sui
monti della Maiella, dove fondò l’eremo di Santo Spirito, nei pressi di Rocca
Morice (Chieti).
Da questo momento in poi Pietro ricevette dalle autorità religiose
sempre più riconoscimenti per la sua comunità destinata a diventare il futuro
ordine “Celesti-niano”. Questa crescente importanza religiosa, in parte anche
economica – legata alla sua vita e al suo ordine di cui fu il primo Abate
presso S. Maria in Faifoli, monastero da lui ristrutturato e ingrandito – lo
portò negli anni 1275-76 ad avere contatti sempre più stretti con il re Carlo I
d’Angiò, il quale accolse la comunità di Faifoli sotto la sua protezione
definendo Pietro, in un atto ufficiale del 27 settembre 1278, “Devotus Noster”.
Sospendo un attimo la storiografia ufficiale per porre una piccola
domanda: come poteva un “semplice” eremita di una sperduta zona montana
abruzzese essere nelle grazie e interlocutore diretto di un re come Carlo I
d’Angiò? Cosa lo rendeva così importante per le scelte temporali e non di una
casa regnante di tale lignaggio? Chi avrà la fortuna di visitare la sua opera
più famosa, S. Maria di Collemaggio, forse lo intuirà subito, ma la risposta
alla domanda di prima è: il suo “sapere” piuttosto particolare, di cui
Collemaggio è testimone in pietra.
Tornando alla sua storiografia, la sua crescente fama portò la sua
congregazione ad essere trasferita a S. Maria del Morrone, dove sorse un grande
monastero; in più papa Gregorio X conferì sempre al suo ordine, grandi ed
esclusivi privilegi.
Narra le leggenda che il futuro Papa, di ritorno da uno dei suoi
numerosi viaggi, si fermasse all’Aquila, esattamente dove oggi sorge
Guarda caso oggi sappiamo che quello è uno dei più antichi luoghi
“vibrazionali” della zona.
Pietro si adoperò immediatamente per acquistare il terreno
prescelto dal suo “sogno”, dando inizio celermente ai lavori della futura
Basilica di Collemaggio.
Credendo di aver portato a termine ogni suo compito terreno, vista
la sua età decise, dopo decenni di successi politico-religiosi, di ritornare
nuovamente alla sua vita eremitica presso la sua cella sulla montagna,
l’attuale eremo di S. Onofrio.
La vita però gli riservò l’ultima e più importante sorpresa. Infatti,
morto Niccolò IV nel 1292, il trono pontificio rimase vacante per ben due anni
a causa dei continui litigi fra fazioni avverse: Orsini e Colonna. Vista la
situazione di stallo Carlo II d’Angiò e suo figlio Carlo Martello decisero di
imporre al Concilio quello che secondo loro era l’uomo più adatto a rivestire
il ruolo papale: Pietro da Morrone. Padre e figlio si recarono quindi presso
l’eremo di Pietro e il 16 aprile 1294 convinsero il riottoso eremita a
rivestire la carica papale. Fu così che per “caso” dal Conclave del 5 luglio
1294 venne eletto all’unanimità come Papa, Pietro da Morrone, il quale si diede
il nome di Celestino V.
Caso più che particolare, egli volle assolutamente essere investito
ufficialmente di tale carica nella Basilica di Collemaggio all’Aquila e non
presso il soglio di Pietro a Roma. Fu così che il 28 luglio1294 al cospetto di
cardinali, nobili, re e alla presenza di Dante Alighieri, egli divenne Papa,
presentandosi alla cerimonia davanti alla sua Basilica in groppa di un asinello,
fra lo sconforto generale della nomenclatura pontificia.
Quel segnale, indicativo di come secondo lui doveva essere
interpretato il potere temporale della Chiesa, proseguì con l’investitura di
Collemaggio di un privilegio piuttosto insolito: venne abilitata in poco tempo,
infatti, a concedere l’Indulgenza Plenaria (cui fece seguito il Giubileo voluto
dal suo successore Bonifacio VIII); indulgenza concessa attraverso l’apertura
annuale della prima Porta Santa del Mondo, particolare piuttosto eccezionale.
Tuttora all’Aquila il 28 agosto,
Ma la pazienza romana dopo pochi mesi di papato celestiniano traboccò;
fu così che a Napoli alla presenza del futuro papa Bonifacio VIII , Celestino
fu invitato a rinunziare alla sua carica ed a riconsegnare nelle mani
pontificie la “Bolla del Perdono”, dove tra le altre cose Celestino donava ai
cittadini Aquilani tutti i suoi averi, compresa
Al suo rifiuto egli venne arrestato, ma nel trasferimento a Roma
Celestino V fuggì.
La sua fuga fu interrotta a Vieste dal Re e Celestino trascorse gli
ultimi anni della sua vita presso Castel Fumone (Fermentino) dove morì.
Nel 1237 le sue spoglie tornarono a Collemaggio, mentre nel 1313
Clemente V lo canonizzò.
Ora, dopo l’ufficialità di questi brevi cenni storici, inizia la
mia storia conoscitiva, tesa a svelare cosa veramente si celava dietro il “sapere”
di questi due giganti della storia Medioevale Aquilana. Entrambi, infatti,
condivisero una “conoscenza” ottenuta forse in modo diverso, ma profusa senza
limiti nella città dell’Aquila. I loro lasciti costruttivi infatti si sposano
in una soluzione di continuità unica, come se di comune accordo, avessero
deciso prima della nascita della città, la dinamica costruttiva dei secoli a
venire.
Erano giganti del sapere “impossibile”, quindi come me, da adesso
in poi, chi avrà voglia di leggermi, si inoltrerà nel Mondo delle Tre Ottave.
Un mondo sconosciuto o meglio dimenticato dall’uomo da molto, forse troppo
tempo, dove il confine fra il reale e l’irreale è spesso l’unico territorio
disponibile. Niente purtroppo finora è stato scritto in merito al tema del mio
studio, quindi ora sarò “costretto” a trascinarvi, pionieri, in una dimensione
conoscitiva impalpabile, ma allo stesso tempo pregnante – anche per una realtà
estremamente materiale come la nostra, dove troppe cose si danno per scontate e
non lo sono. Quindi vi esorto a rimanere con le vostre menti il più possibile
aperte e critiche, poiché troppo di ciò che pensiamo conoscere, tuttora è
inspiegabile con le semplici leggi umane. Perciò benvenuti in un antico
Universo, quello “sonico”.
Il sentire presuntuoso
“Dai uno sguardo a questa foto e poi fammi sapere” (Fig. 3). Sì,
credo sia cominciato tutto così. Alcuni anni fa una mia amica mi mostrò per la
prima volta l’immagine di quello che in gergo si definisce “Labirinto di
Collemaggio” e purtroppo da allora non ho smesso più di pensare al significato
e al valore di quell’opera in pietra.
Devo dire che all’inizio, nonostante i miei sforzi, accantonai
subito la questione, poiché nulla, assolutamente nulla riusciva a darmi qualche
spunto o spiegazione a ciò che vedevo. Niente di ciò che allora conoscevo
parlava del Labirinto. Mentre la mia parte logica si stava arrendendo, qualcosa
di molto meno logico e di più intimo mi costringeva a osservare e rivedere nei
momenti più inattesi quell’“irriverente” foto, regalandomi una serie di
sensazioni piuttosto inattese che nel giro di pochi mesi, si convogliarono
tutte in una voglia irrefrenabile di “sapere”. Tre Otto uniti intrinsecamente a
livello costruttivo erano il centro di questa inaspettata passione. Inscritti
in un rettangolo di
Avete mai avvertito una presuntuosa certezza di conoscere,
accompagnata da una logica constatazione di non sapere? Bene, questo è lo stato
d’animo che per anni mi ha afflitto, portandomi però a letture, ricerche e
incontri spesso inattesi, i quali, stranamente, invece di sopire la mia sete di
verità non facevano altro che rinfocolarla. Altre volte invece sentivo di
mollare tutto, anche perché come si suole dire, parlando con sé stessi, “ma chi
me lo fa fare?”.
Puntualmente la sonora sconfitta del sapere del giorno prima si
trasformava, il giorno dopo, in una rinnovata voglia di capire che lentamente,
e poi sempre più velocemente, cominciò a dare i suoi frutti, ma attraverso una
strada inattesa e alquanto insospettata.
Devo dire in ogni modo che i miei studi si concentrarono tutti sui
costruttori, le tecniche, le geometrie e le valenze simboliche racchiuse nei
luoghi sacri più importanti d’Europa e considerando che il massimo in questo
campo è rappresentato dalle Cattedrali gotiche medioevali, finì per rendermi
conto che qui all’Aquila mi trovavo nel luogo migliore per coltivare questa
passione.
Credo sia giusto aggiungere, a mia parziale discolpa, che mai nei
miei studi scolastici e para-universitari, mi sono sentito attratto da questo
“strano” interesse. In breve tempo esso ha travalicato gli esclusivi esempi
medioevali per rivolgersi a modelli e costrutti di tutti i tipi e di tutte le
civiltà, spesso antichissime, purché avessero a che fare con la mia ricerca,
simile ormai, quasi ad una caccia.
Tornando al mio quotidiano, l’unico segno di un reale cambiamento
nel mio modo di vivere, era una consuetudine mattutina che mi portava ad
entrare a Collemaggio e sedermi su una di quelle panche, che in modo
irriverente si trovano proprio per ospitare i fedeli. Esse poggiano su quel
rettangolo in pietra casa di quei tre otto di cui abbiamo cominciato a parlare,
e che da questo momento vorrei cominciaste a definire Tre Ottave.
Credo e lo voglio fortemente, in qualcosa di estremamente intelligente
alla base della presenza della razza umana su questa Terra come di tutto ciò
che ci circonda su questo pianeta, ed intorno ad esso. Non mi reputo un
cattolico osservante anche se sono nato indubbiamente nella culla cristiana;
dico questo perché reputo i siti sacri, come
Non è facile, sapete, rimanere seduti in un luogo religioso in
silenzio; ma proprio quel silenzio nasconde a volte aspetti del nostro intimo
sconosciuti, ma ricchi di sorprese. Quel finto non udire, seduto su un luogo
direi, sicuro di non esagerare “magico”, termine piuttosto impegnativo, mi ha
cambiato, ma soprattutto mi ha dato la possibilità di veder nascere una nuova
persona che viaggia con la sua mente nel tempo e si trova in modo inaspettato a
suo agio, a contatto con molte delle civiltà antiche che ci hanno preceduto.
Ho pensato spesso a questa mia “tendenza” all’interno di un luogo
dedicato a Dio ed alla fine ho dovuto ammettere che niente nell’Universo va
sprecato soprattutto una forma di energia pura come l’animo umano. Esso se ne
frega del tempo e conscio delle nostre possibilità inconsce spesso si
ripresenta con fattezze umane diverse, in luoghi e tempi il cui ordine mi
tormenta e sfugge, ordine però dato per certo da alcune civiltà, millenni prima
della nostra scienza onnisciente.
Dicevo come il frequentare
Continuavo a fissare dei tre, il rosone centrale, affascinato dalle
sue proporzioni e forme, accompagnato dalla sensazione ambigua sopra descritta.
Sapevo dentro di me cosa quel rosone rappresentasse, ma allo stesso tempo non
conoscevo il suo significato.
Come al solito, presuntuoso e sconfitto allo stesso tempo dal
simbolismo sacro di questo luogo, uscii quasi rassegnato, nonostante le mie
letture, a non capire.
Fortunatamente la mia umiliante situazione non durò a lungo, mentre
tralasciavo sempre più il mio interesse verso le famose Tre Ottave, il rosone
centrale di Collemaggio (Fig.ura) attirava sempre più la mia attenzione
trattenendo quindi il Labirinto nei meandri dell’inesplicabile.
Ad agosto di quello stesso anno, come consuetudine, la città si
apprestava a consumare la sua più importante ricorrenza religiosa: “
Sfogliando il programma notai come il giorno dell’apertura della
Porta Santa fosse “pubblicizzato” dall’immagine del “Rosone centrale della
Basilica”, ma la cosa più ovvia era che per la prima volta avevo sotto mano una
bellissima foto dello stesso, che potevo osservare senza problemi di tempo come
e quanto volevo. Stupidamente, memore forse del mio insuccesso riguardante la
foto del Labirinto, non avevo ritenuto necessario munirmi di un supporto
fotografico riguardante appunto i rosoni. Ora osservo la pagina del “programma”
in questione e mi rendo conto di come qualsiasi particolare che fa parte della
nostra vita può allo stesso tempo cambiarla.
(tratto
da “Il segreto delle tre ottave”, di M. Proclamato, ed. Melchisedek)
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Michele Proclamato è studioso delle leggi che governano l’Universo,
collabora con varie testate che si
occupano dei misteri dei luoghi sacri.
Per contatti: www.micheleproclamato.it; proclamato1@interfree.it