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الأردن رَسّـام ( Rassàm àl-Urdùn ) LA FONTE DEL CANTICO
DI FRATE SOLE
( O CANTICO
DELLE CREATURE )
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“ Tutto in Francesco ricorda i Sufi :
Il Cantico del Sole, ritenuto come il primo poema italiano, venne composto dopo
il primo viaggio del Santo in Oriente ed è quindi impossibile pensare che
potesse essere maturato prima di allora, quando Francesco era solo il capo dei
giovani trovatori di Assisi….” ( San Francesco d’Assisi e i Sufi – Mario
Madìa )
Come il maestro sufi Attar, Francesco scambiò il suo vestito con quello
di un mendicante. Vide in seguito un serafino con sei ali, un allegoria usata
dai sufi per rendere la formula del bismillah. Gettò via le croci spinose che
alcuni dei suoi monaci indossavano per mortificarsi. Questa azione sembra
assomigliare alla pratica derviscia di rifiutare cerimonialmente una croce con
le parole : “ Tu puoi avere la Croce, ma noi abbiamo il senso della Croce “,
che viene ancora usata. Questo detto, per inciso, potrebbe essere l’origine
dell’abitudine dei Templari, sostenuta dai testimoni, di “ calpestare la Croce
“.
“Jal alad din Rumi, il capo dei
Dervisci danzanti e massimo poeta in Persia, scrisse numerose poesie dedicate
al Sole, il sole di Tabriz.
Chiamò addirittura una delle sue
raccolte di poesie " la Collezione del Sole di Tabriz". Nella sua
opera, viene continuamente usata la parola Sole.” ( San Francesco d’Assisi e i
Sufi – Mario Madìa – )
Dopo tali premesse, prima di parlare della fonte del Cantico delle
Creature, appare doveroso riportare integralmente il testo :
Altissimu,
onnipotente bon Signore,
Tue so' le laude, la gloria e l'honore et onne benedictione.
Ad Te solo, Altissimo, se
konfano,
et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie, mi' Signore
cum tucte le Tue creature,
spetialmente messor lo frate Sole,
lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de Te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si', mi Signore,
per sora Luna e le stelle:
in celu l'ài formate clarite et pretiose et belle.
Laudato si', mi' Signore,
per frate Vento
et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,
per lo quale, a le Tue creature dài sustentamento.
Laudato si', mi Signore,
per sor'Acqua.
la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si', mi Signore,
per frate Focu,
per lo quale ennallumini la nocte:
ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si', mi Signore,
per sora nostra matre Terra,
la quale ne sustenta et governa,
et produce diversi fructi con coloriti fior et herba.
Laudato si', mi Signore,
per quelli che perdonano per lo Tuo amore
et sostengono infrmitate et tribulatione.
Beati quelli ke 'l
sosterranno in pace,
ka da Te, Altissimo, sirano incoronati.
Laudato s' mi Signore, per
sora nostra Morte corporale,
da la quale nullu homo vivente pò skappare:
guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali;
beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati,
ka la morte secunda no 'l farrà male.
Laudate et benedicete mi
Signore et rengratiate
e serviateli cum grande humilitate.
C
O M M E N T O
Vari autori hanno cercato di capire com’è nato questo
Cantico, alcuni addirittura credono che non sia neanche opera di San Francesco.
La tesi più accreditata, in campo cristiano, è, in
genere, quella del Celano, che immagina questo “ alleluia cosmico “ , composto,
almeno in parte, tra sofferenze e tentazioni.
Angelo Conti, nel suo “ San Francesco “, ritiene che
il Cantico è una parola d’addio che l’autore così commenta:
“ nessuno si
è accorto che il Cantico del Sole è una parola d’addio…San Francesco era sceso
dalla Verna, oramai cieco, il mondo era scomparso. Vuol ricordarlo liricamente,
vuol tradurre ciò che del mondo è rimasto in lui: una visione musicale di
fraternità “.
Esistono altresì commenti di altrettanti autori, noti
e meno noti, che sarebbe impossibile riportarli tutti. Interessante,
concludendo sui commenti altrui, è il lavoro sull’Officium passionis Domini di
San Francesco, di D. Gagnan. Quest’autore fa una lunga digressione sul Cantico
di frate sole, in senso “ crocecentrico ” : La croce è al centro di ogni realtà
menzionata nel Cantico, anche se nessuno, in pratica, sia in grado di
dimostrarne la plausibilità.
Detto anche "Canticus creaturarum" fu
composto da Francesco, secondo la leggenda, due anni prima della sua morte (1226).
Scritto in volgare umbro, il "Cantico" è uno dei più antichi
monumenti della letteratura italiana. In prosa ritmica assonanzata, celebra le
lodi del creatore attraverso l'esaltazione delle sue creature: l'acqua, il
fuoco, ecc. sino alla stessa morte.
Notevole è il giudizio di P. Carli ed A. Sainati :
“ Le laudes
creaturarum o de creaturis, note anche sotto la denominazione di cantico di
frate sole, sono certo il più genuino e il più significativo monumento alla
poesia francescana. Più che di versi, questo componimento ha forma di sequenza
o di salmo; con larghi respiri di ritmo, e rime o assonanze liberamente
disposte: ma la poesia è tutta nel concetto della fratellanza che lega, in Dio,
tutte le cose create e nel sentimento di carità che infiamma l’anima verso ciò
che esiste“…
Ma gli autori non citano neppure il salmo dal quale trarrebbe ispirazione la
poesia di Francesco.
Personalmente, interessato a tale osservazione, ho
trovato riscontro nel salmo 148 di David, che in questa sede non
riporto, in quanto ritengo determinante altra fonte che tra poco vedremo.
Comunque errerebbe, a mio avviso, chi credesse il
Cantico, un commento del predetto salmo che, d’altra parte, per la vigorosa
personalità che lo pervade nell’idea e nel sentimento e nel tono marziale, non
pare si presti facilmente ad essere contraffatto. In David non è l’incantesimo
di un’anima che si perde o si vuol perdere nella contemplazione di Dio ; e la
voce dell’uomo temprata a tutte le fatiche e naufrago di tutte le tempeste,
che, in seguito alla vittoria riportata sui nemici, rivolge al Signore un inno
di riconoscenza che cela in sé la gioia e l’orgoglio del trionfo.
Tornando alle nostre modeste conoscenze, già sopra
menzionate, potremmo facilmente pensare ad una fonte comune, nota sia a Rumi
che a San Francesco, questa fonte, amici cari, è la Bibbia.
Forse molti non lo sanno, ma è così, chi conosce il
Corano, deve, per forza di cosa, conoscere bene la Bibbia : così, leggendo il
Cantico di Francesco, ho rivisto, in modo armonico e sintetico, un brano del
cap. III del libro di Daniele, e, precisamente, di quel passo che va dal verso
52 al verso 82 ( i versi citati, proseguono in ordine, per cui non verranno
ri-segnalati di volta in volta ). Si tratta dell’inno di ringraziamento di
Anania, Misael e Azaria che, salvati dall’angelo del Signore, dalle fiamme
dove erano stati condannati per ordine di Nabucodonosor, in un impeto di fede
insostenibile, rendono grazie a Dio con questo inno :
“
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri
nostri,
degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo,
degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo
glorioso,
degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu nel trono del tuo
regno,
degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu che penetri con lo
sguardo gli abissi
e siedi sui cherubini,
degno di lode e di gloria nei secoli. “
( La Bibbia di Gerusalemme, ed EDB )
Benché il mio latino sia molto limitato,
approssimativo e risalente ai tempi del liceo ( si parla di trentacinque anni
fa…), riporto di seguito la versione tratta ( copiata )dal testo della Bibbia
di Teodozione, che aiuta rendere ancor meglio le analogie che tra poco andremo
a rilevare.
“ Benedictus
es Domine Deus patrum nostrorum,
et laudabilis et gloriosus et superexaltatus
in secula:
et
benedictum nomen gloriae tuae sanctum, et lauda-
bile
et superexaltatum in omnibus seculis.
Benedictus
es in templo sancto gloriae tuae ; et
superlaudabilis et supergloriosus in secula.
Benedictus es qui intueris abyssos, et sedes super
Cherubin ;
et laudabilis et superexaltatua in secula « .
Fino a questo punto, ben poca cosa, a tutta prima, sembrerebbe
avere relazione col « Cantico delle Creature « . Si noti, nondimeno,
il tono di quel “ benedetto “
( benedictus ), che, a quanto pare, altro non è, se non l’eco
fedele della sequenziale espressione “ Laudato si, mi Signore “…Ma continuiamo in quanto
pazientemente esplorato :
“ Benedetto sei tu nel firmamento del cielo,
degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedite, opere tutte del Signore, il
Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli “
I versi “ rendono “ meglio comunque, in latino :
“ Benedictus es in firmamento coeli et
laudabilis et
gloriosus
in secula «
che richiama
alla memoria i versi del
« Cantico « :
“ Laudato Si, mi
Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ai formate clarite et preziose et belle “.
Si noti a proposito che l’espressione latina “ in
firmamento coeli “ , concisa solenne e lapidaria, è rifatta nella flebile
e vaga musicalità del verso “ in celu l’ai formate clarite et
pretiose et belle “ .
La preghiera di Anania, Misael e Azaria continua così
:
“ Benedite, angeli del Signore, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite cieli, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, acque tutte, che siete sopra i
cieli,
il Signore, lodatelo ed
esaltatelo nei secoli.
Benedite, potenze tutte del Signore, il
Signore,
lodatelo ed esaltatatelo nei secoli.
Benedite, sole e luna, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.”
Riportiamo il tutto in latino ( dalla versione in
italiano ), in quanto pare vengano rese meglio le analogie tra le due opere che
stiamo confrontando.
“ Benedicte omnia opera
Domini Domino :
laudate e superexaltate eum in secula.”
( Come si fa a non ricordare : “ Laudato Sì, mi
Signore, con tutte le Tue creature “ ? )
“Benedicte,
Angeli Domini Domino :
laudate e superexaltate eum in secula.
Benedicte coeli Domino: laudate e
superexaltate
eum in secula.”
concentriamo ora
l’attenzione alle parole che seguono
“ Benedicte aquae omnes, quae super coelos sunt,
Domino :
laudate e superexaltate eum in secula. »
che
riecheggiano i versi :
<
Laudato Si, mi Signore, per sor’ acqua, la quale è molto utile et humele et preziosa et casta >
Laddove si nota che la solenne e
impenetrabile risonanza di quell’
“
acquae omnes quae super coelos sunt “, si stempra nella espressione esegetica
“
utile et humele et preziosa et casta “ che rende accessibile
agli animi semplici la serenità magica del mistero di quelle “
acque omnes quae super coelos sunt “
L’inno prosegue:
“
Benedicite omnes virtutes Domini Domino:
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicite sol et luna Domino:
laudate e superexaltate eum in secula “.
Qui la luna e il sole inneggiano simultaneamente al
Signore. Nel Cantico delle Creature, invece, dove non è un fedele che rende
grazia a Dio ma un predicatore che istruisce la folla, il sole viene spiegato e
rappresentato “ Bellu e radiante cum grande splendore “ e considerato a parte, mentre la luna è ricordata
insieme con le stelle, per rendere chiaro il contrasto fra il giorno e la notte
e rappresentare il mistero degli elementi più visibili e pittorici.
E ancora :
“ Benedicite stellae coeli Domino:
laudate e superexaltate eum in secula.
Benedicite omnis imber et ros Domino,
laudate
e superexaltate eum in secula « .
“
Benedite, stelle del cielo, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, piogge e rugiade, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.”
Francesco,
all’incontro si esprime :
“
Laudato si mi Signore, per frate vento
et
per aere et nubilo et sereno omne tempo,
per lo quale a le tue creature dai
sostentamento”
Daniele :
“ Benedite, o venti tutti, il Signore
lodatelo ed esaltatelo nei secoli “.
Nondimeno, le variazioni atmosferiche le quali sono
fonte di vita per gli uomini, in modo più immediato e più chiaro e distinto
sono manifestate dal latino :
“ Benedicte ignis et aestus Domino:
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicte frigus et aestus Domino:
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicte rores et pruina Domino :
laudate et superexlatate.
Benedicte gelu et frigus Domino :
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicte glacies et nives Domino:
laudate
et superexaltate eum in secula ».
“
Benedite, fuoco e calore, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, freddo e caldo, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, rugiada e brina, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, gelo e freddo, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, ghiacci e nevi, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.”
Fin qui le variazioni atmosferiche. Segue il
mistero del tempo e delle stagioni;
“ Benedite, notti e giorni, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, luce e tenebre, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, folgori e nubi, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.”
“ Benedicte noctes et dies Domino :
laudate et superexaltate eum in secula
Benedicte lux et tenebrae Domino :
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicte fulgura et nube Domino :
laudate et superexaltate in secula « .
E’ qui la visione panoramica di tutto il
creato ; la cui poesia brilla ed erompe nelle parole di coloro che, sul
punto di morire, hanno risentito nelle vene pulsare la vita per un miracolo
divino che dimostra come tutti gli elementi traggano origine da Dio e per
l’impeto distruttore, e per l’azione ristoratrice.
Chi scrive, in fondo, è concorde con Angelo Conti,
anche se quest’ultimo sarà giunto alle proprie conclusioni per intuizione.
Bisogna tornare alla Verna, allorché Francesco
dimorava nel romitorio che porta il nome di questo luogo : come avevo accennato
all’inizio dell’articolo, al santo apparve un serafino con sei ali (
reminiscenza sufica ). A quell’apparizione il servo dell’Altissimo, si sentì
ripieno di una ammirazione infinita. L’angelo era confitto a una croce ma lo
sguardo che volgeva a Francesco, era bellissimo e dolce, così che il santo era
invaso da gioia e allegrezza. Il suo animo, a questa visione, era triste e
lieto allo stesso tempo, e cercava di scoprire il senso di questa visione.
Mentre era in questo stato, fu che prese le
stimmate…Gesù gli era già apparso bellissimo a Greccio, gli riappare ora sulla
Verna, bellissimo e sofferente. Gli eventi sembrano concordare con quanto,
Tommaso da Celano, ci racconta nella “ vita secunda “, parlando di San
Francesco, ci racconta che il santo, sul finire del suo soggiorno sul monte della
Verna, un giorno chiamò un confratello dicendogli : “ Portami carta e calamaio,
perché voglio scrivere le parole e le lodi del Signore, come le ho meditate nel
mio cuore “. Al frate, consegnò uno scritto, del quale non se ne conosce il
contenuto, raccomandadogli di custodirlo fino al giorno della sua morte.
Immediatamente, il confratello fu libero da ogni tentazione, e lo scritto,
conservato, ha operato in seguito cose meravigliose. Questo è quanto racconta
il Celano ; ma lo stato d’animo di Francesco, vuoi per le sue condizioni di
salute, vuoi per quanto ebbe modo di vedere alla Verna, predispose sicuramente
il santo alla stesura del Cantico, il cui tenore, riflette in pieno lo stato
d’animo che qui, abbiamo cercato di comprendere. Che poi Francesco conoscesse e
si rifacesse a testi di altri autori spirituali o delle Sacre Scritture, cambia
poco la sostanza del nostro discorso e l’originalità della lode di Francesco :
è ovvio, e non c’è da meravigliarsene, che in lui riecheggiassero frasi della
teologia patristica, che erano diventate patrimonio comune della religiosità
cristiana…
In Daniele, tutto è detto dell’acqua, della neve, del
fuoco, del calore, del gelo della pioggia, della rugiada.
Nel Cantico delle Creature, invece, dove tutto è un
presupposto logico, necessario per conquidere le folle, tutto ha bisogno di un
predicato che abbia una determinata attrattiva.
Ecco perché la sor’acqua è “
molto utile et humele et preziosa et casta “ e il frate focu è “
bellu et iucundo et robusto et forte
“. Si noti ancora che, non senza un motivo, di carattere, eminentemente
psicologico, mentre del Cantico delle creature si predica :
“ Laudato si, mi Signore,
per sora nostra madre terra,
la quale ne sustenta e governa,
e produce diversi frutti, coloriti fiori
et herba “
Nell’ inno di Daniele si prega :
“ Benedicat terra Dominum: laudet e superexaltet
eum in secula.
Benedicite montes et colles Domino :
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicite universa germinantia in terra
Domino :
laudate e superexaltate eum in secula.
Benedicite mària et fulmina Domino :
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicite cete et omnia quae moventur
in aquis Domino :
laudate e superexaltate eum in secula.
Benedicite omnes volucres coeli Domino:
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicite omnes bestiae et pecora
Domino :
laudate et superexaltate eum in secula.
Benedicite filii Hominum Domino :
laudate et superexaltate eum in secula
“.
“ Benedica la terra il Signore,
lo lodi e lo esalti nei secoli.
Benedite, monti e colline, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, creature tutte
che germinate sulla terra, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, sorgenti, il Signore,
lodatelo ed esaltatatelo nei secoli.
Benedite, mari e fiumi, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, mostri marini
e quanto si muove nell’acqua, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, uccelli dell’aria, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, animali tutti, selvaggi e
domestici, il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
Benedite, figli dell’uomo,
il Signore,
lodatelo ed esaltatelo nei secoli.”
In una parola, nel Cantico delle creature, vi è
sempre un predicato che, naturalmente, ha il compito di asserire qualcosa del
soggetto: in Daniele, invece, si tratta sempre di un soggetto che tutto dice,
senza predicato.
Di conseguenza, con tutto il rispetto per un autore
del calibro di Momigliano, siamo costretti ad asserire che non ci sembra vero
quanto egli dice, nei riguardi del Cantico delle creature dove secondo il modo
di vedere dell’eminente critico, “ tutto sembra tradire la mano non di chi
torna sull’opera altrui, ma di chi scrive per ispirazione propria “…..
Non è certo delusione la mia, nei riguardi di San
Francesco, anzi, autentica ammirazione e gioia, nel contempo, di vedere
confermate le mie tesi. Francesco ha avuto senza dubbio, come ho già detto,
contatti con qualche Confraternita sufi, attraverso la quale ha poi elaborato
il proprio pensiero, nella speranza di potere al meglio, servire l’Altissimo.
Il suo Cantico, sebbene tragga ispirazione dalla
Bibbia, resta esclusivamente suo, sia per l’adattamento, che gli sarà costato
uno sforzo non indifferente, sia per la sua stesura, alla portata di tutti.
Proseguendo nell’esame di quest’opera, ricordiamo che
Francesco declama :
“ Laudato si mi Signore,
per quelli che perdonano
per lo tuo amore e sostengono infirmitate e
tribolatione.
Beati quelli che sosterranno in pace, ka da
te, Altissimo,
sirano
incoronati “
Laddove i versi non sembrano che una parafrasi di uno
dei tanti brani del “ Discorso della Montagna “ ( Mt. V. 4,10 ) :
“ Beati gli afflitti,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete
della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio. “
Vecchio e nuovo Testamento si fondono, dunque,
attraverso rifacimenti, parafrasi e reminiscenze che, essendo in molte, nulla
possono avere di proprio, se non l’elaborazione mnemonica, animata dal
desiderio di trasfondere negli altri la propria fede nella religione cristiana…
L’impronta sufica è comunque evidente
nell’annullamento dell’ego e nella contemplazione di Dio.
Francesco, comunque, in un atto di ulteriore umiltà,
ha voluto far sì che il Cantico restasse ad esempio per tutti, non potendo
parlare di un’opera d’arte o di poesia, ma un componimento di carattere morale
e religioso, quanto più assimilabilmente possibile.
Francesco infine, non dimentica d’insinuare nel modo
meno crudele possibile, il motivo della morte per indirizzare gli animi a
sempre più miti consigli, per tirare innanzi, alla men peggio, questa così
povera
vita :
“
Laudato sì, mi Signore, per sora nostra morte corporale
da la quale nullo homo po’ skappare “…..
Disposto così l’animo alla meditazione, col ricordo
dell’ineluttabile, il predicatore non rinunzia ai metodi energici e continua :
“ Guai a quelli ke
morranno ne le peccata mortali “
Ma, secondo i canoni dell’estetica aristotelica, ogni
opera si conclude nella Catarsi ( e queste norme erano ben note ai sufi… ), per
cui è necessario che l’animo sia sgombro da tutto ciò che non sia sereno, alla
fine di ogni opera. Ecco pertanto, l’eco delle parole di Gesù, quale ineffabile
consolazione ad ogni affanno :
“ Beati quelli che se
troverà ne le tue sanctissime
voluntati : ka la morte nol farrà male
“.
Alla predica non manca neppure la conclusione di
prammatica, secondo la consuetudine dei frati :
“ laudate et benedicete mi
Signore, et rengratiate
servitelo cum grande humiltate “
Volevo comunque, prima di fare una breve conclusione,
citare un ultimo autore dei miei tempi del Liceo : Francesco Flora, il quale
nel primo volume della “ Storia della Letteratura italiana “, si legge tra
l’altro :
“ Se
il Cantico di Francesco dev’essere considerato una preghiera, on daremo a
questa il significato consunto: la purezza poetica del Cantico mostra che la preghiera a un
punto non è che un desiderio intenso sorretto da una fiducia umana nel divino
delle cose, una partecipazione innocente dell’armonia universale del mondo, senza pur indagare le leggi con
animo razionale e logico, ma beandosi
del suo ritmo e del suo canto “.
Tante e tale è la suggestione che conquide l’animo
del critico che si abbandona nel Nirvana delle sue parole e il suo stesso
sentimento egli attribuisce a San Francesco che, attratto da ben altri fini,
non ebbe, probabilmente, il tempo d’ispirarsi a ripetere le poesie altrui né il
pensiero di affidare, a qualche pratico della vita e degli studi, il compito di
farsi decantare poeta, per evidenti fini letterari o per scopi politici.
Mario Madia